SPETTACOLI
1984 Storia dell'Eremita
1986 Hay Ibin yaqzan
1990 Verso il disco del sole alato
1992 Ad un intimo amico straniero
1994 Vello d'oro
1996 Le danze dell'Arcano
Storia dell'Eremita
Tre notti di mille e una notte

Di e con Kassim Bayatly
Costumi e luci di Laura Rubino
Prima replica 3 Marzo 1984 - Teatro Affratellamento Firenze
22 repliche - Ultima replica 3 Maggio 1996 - Teatro Puccini
Firenze
Lo spettacolo è tratto dai racconti delle mille e una notte e
dalla poesia mistica di Rumi. Un personaggio unico, l'eremita,
che tramite la sua trasformazione in narratore si moltiplica in
diversi esseri (voci e figure) e si trova implicato nella vicenda
della storia narrata, come un personaggio, che raccoglie tutto
presso di sé ritornando poi alla propria nicchia, per cantare il
suo dolore e suonare il tamburo rollante.
Lo spettacolo è un atto unico, e naturalmente antinaturalistico,
è al di là del conflitto psicologico e dell'immedesimazione
naturalistica: è un mondo unito tra il reale e la finzione, tra
il sacro e il mondano, tra il vero e l'artificiale. È un tessuto
ricamato col buio, il silenzio, i suoni di tamburo, danza e
parole, in uno spazio che riunisce l'attore e lo spettatore.
"... Kassim Bayatly costruisce su vari piani la
rappresentazione dove danza, recitazione e musica sono usate in
un "tutto" omogeneo di grande forza espressiva, molto
vicino a quel teatro di poesia che i Magazzini Criminali hanno
teorizzato, riprendendolo da Pasolini."
Paolo Landi
"Il Manifesto" 6 Marzo 1984
"... il rintocco ritmico del tamburo, l'invocazione di un
antico canto sacro, al di là della distanza linguistica,
facilitano una comunicazione intensa dall'interno all'interno.
(...) invitano a fare uno sforzo di comprensione, accendono il
pensiero sulla ricerca di un nomade che non è né orientale né
occidentale (...)."
Simona Maggiorelli
"Liberazione" 3 Maggio 1996
Hay Ibin yaqzan
Elaborato dall'omonimo romanzo di Ibn Tufyl

Regia di Kassim Bayatly
Con Marcello Ancillotti e Pierluigi Soldati
Costumi di Laura Rubino
Luci di Hunar Kadir
Musica di Jalil Asid al santur
Rappresentato il 10 Agosto 1986 (due repliche)
Lo spettacolo narra la storia di un bambino che cresce in
un'isola con una gazzella. La morte della gazzella lo porta a
provare il dolore della separazione e dell'immobilità della
vita, e lo spinge in ricerca del segreto celato dietro la morte e
la vita, finché arriva a conoscere la presenza di una forza
invisibile che è nel cielo. Poi s'incontra con un saggio che lo
invita a diventare il governatore del suo paese.
Istmo barlume d'oriente

Scrittura e realizzazione scenica di Kassim Bayatly
Con Kassim Bayatly e Roberta Bongini
Costumi e oggetti scenici di Laura Rubino
Foto di Luciano Bartolozzi
Scultura di Antonio De Tommaso
Prima rappresentazione 18 giugno 1988
20 repliche
Le vicende dello spettacolo non hanno un luogo specifico,
tutto accade sulla terra intermediaria di una città immaginaria
collocata tra la superficie della terra e la faccia del cielo. Un
re ed una sacerdotessa compiono un viaggio segnato dal dolore e
dalla perdita del potere terrestre. Le figure si annichiliscono
per ritrovarsi nell'essenza. Ombre e spettri inseguono l'anima;
un rito di separazione: separazione dalle viscere della madre,
dalla dimora dell'anima e dal proprio mondo.
Lo spettacolo è una sorta di prolungamento dell'anima fatto di
luce, musica, danza, canto, parole, costumi, oggetti e
recitazione, tutti sono fusi in un mondo simbolico.
"... Sulla scena nuda ci sono solo gli elementi
fondamentali (che già Peter Brook ha reso protagonisti). L'unica
trasformazione è data dai costumi belli e cangianti di Laura
Rubino e sotto il riflettore dalla pelle accaldata del danzatore
evaporano gli umori astrali della purificazione."
Gianfranco Capitta
"il Manifesto" 21 Giugno 1988
"... teatralmente parlando, rispetta in pieno i canoni
del teatro povero e di quello immediato totale, non senza,
comunque, un ottimo uso di mezzi tecnici, quali il nastro
magnetico e le luci."
Sandro Damiani
"La Gazzetta di Firenze "19 Marzo 1989
"... lo spettacolo si basa sui segni e sistemi dei segni
per realizzare un'opera che appartiene al nuovo teatro: il teatro
del teatrante. È una sorta di teatro che tende a scrivere lo
spettacolo direttamente nello spazio scenico, pur usando la
lingua italiana, araba e turcmena, per arricchire ed esaltare la
presenza della lingua parlata e, al tempo stesso, non è basato
sull'interpretazione del testo letterario..."
Sabri Hafir
"Al Arab" Londra 16 Agosto 1988
Verso il disco del sole alato

Scrittura scenica e regia di Kassim Bayatly
Con Kassim Bayatly e Roberta Bongini
Costumi e oggetti scenici di Laura Rubino
Foto di Luciano Bartolozzi
Prima rappresentazione 26/4/1990 - (20 repliche)
Lo spettacolo tratta la storia di una donna smarrita rinchiusa
in un cerchio disegnato, che riprende l'immagine antica del
cerchio nella credenza degli yazidiyyen (adoratori del diavolo)
Cerchio, nel quale noi stessi ci imprigioniamo, fatto di
abitudini ed illusioni, che paralizza l'energia psichica nel
nostro profondo, la donna si libera della sua prigione e con lei
si eleva la voce di un coro di donne, che invocano il dolce
raggio del sole. La donna guidata dalla sua coscienza (l'uomo)
diviene luce e irradia sotto la tenda azzurra, superando il
dilemma del dualismo corpo e spirito.
Le immagini visive e sonore dello spettacolo attivano un mondo
antico tracciando la memoria di diversi popoli mediterranei.
Verso il disco del sole alato
"È uno spettacolo insolito, pieno di religiosità, di
cultura orientale, di mistero."
Roberto Incerti
"La Repubblica" 12 Maggio 1990
"Sulla scena Kassim Bayatly e Roberta Bongini davano vita
ad un viaggio dell'anima alla ricerca di se stessa in un deserto
immaginario...
La confortante semiotica del teatro tradizionale rimane sconvolta
dal superamento di valori etnici e culturali: ogni gesto, ogni
movimento si affida più all'istinto che alla conoscenza
acquisita nella ricerca irrisolta..."
Franco Farina
"Quotidiano di Lecce" 6 Aprile 1991
"...Il testo occupa sì una parte importante nell'insieme
del lavoro, ma è il corpo e non la parola il mezzo di
espressione privilegiato, ogni parte (mani, piedi, gambe,
busto...) è resa comunicativa."
Manuela Collina
"Il Paese" - Bologna 9 Marzo 1991
Ad un intimo amico straniero

Testo, scrittura scenica e realizzazione di e con Kassim
Bayatly
Costumi ed oggetti scenici di Laura Rubino
Luci di Mario Socci
Foto di Luciano Bartolozzi.
Collaboratori Roberta Bongini, Lia Mels Colloredo, Bernardo Lecci
Prima rappresentazione 15 Febbraio 1992 (22 repliche)
Lo spettacolo narra la tragica vicenda della guerra del golfo.
Malgrado che lo spettacolo faccia uso di un testo letterario già
pubblicato, non è però, una sorta di interpretazione del testo
scritto, bensì è una rappresentazione di una corrente
sotterranea di tensione interno - esterno convertita in una
azione corporale e fisica immediata.
L'attore, in questo spettacolo, è testimone di uno stato di
essere negli eventi accaduti nella storia contemporanea.
Tutto lo spettacolo è una specie di grido che divampa nel corpo
e getta l'attore nello spazio vuoto, lo fa ballare, saltare,
danzare ed urlare ad un ritmo dosato che lo spinge ad
"uscire ed entrare" in se stesso alla presenza degli
altri esseri umani. Il grido dell'attore - straniero si unisce al
grido di tutte le madri che invocano tutto ciò che, una volta,
fu sacro per gli esseri umani. Mille ferite furono aperte nei
cuori delle madri.
Il grido della nascita, della separazione si perpetua e continua
a vivere in un dialogo innervato dagli eventi che ci assediano.
"Tutto lo spettacolo è quindi una specie di danza che si
sviluppa sinuosa e conciliante per un'ora circa. I canti a volta
si trasformano in urla e il messaggio oscilla tra il pacifismo e
l'aggressione e si conclude con un rito di pacificazione
collettiva con la distribuzione al pubblico di un aromatico e
saporoso tè".
Lucia Libero
"La Nazione" - Firenze 28 Aprile 1993
"A suo modo, è questa una denuncia politica, che però
Bayatly arricchisce di un intenso afflato poetico; con il
semplice uso della parola, ma anche con quella della danza, della
fisicità, del canto, della musica, del ritmo, dell'innesto di
simboli..."
Sandro Damiani
"La Gazzetta di Firenze" 18 Febbraio 1992
"...parla di guerra, di dolore e di rabbia, attraverso un
linguaggio del corpo, della parola e del suono che trae dalla
cultura araba una espressività di forte impatto e
dolcezza."
Lia Lapini
"La Repubblica" - Firenze 28 Aprile 1993
Vello d'oro

Drammaturgia e regia di Kassim Bayatly
Con Kassim Bayatly e Roberta Bongini
Costumi ed oggetti scenici di Laura Rubino
Luci di Mario Socci
Foto di Massimo Damato
Lo spunto, o per meglio dire, il germe dal quale nasce lo
spettacolo risale alla nostra visitazione nel mondo della
tragedia greca, il mondo culturale in cui si sviluppa questo
genere di espressione teatrale. Dal germe, che ci ha stimolato,
si è sviluppato ed ha preso via via forma una tematica
condensata nelle molteplici possibilità del nostro linguaggio
teatrale.
Le tracce di Medea, di Antigone e di Edipo risuonano nascoste
nello sfondo della scrittura drammaturgica dello spettacolo. Ciò
che è stato importante in questa operazione, affrontando e
confrontandosi con la tragedia, è la necessità di interrogarsi
con una coscienza vigile che può risvegliare in noi il dialogo
interno con la storia ed il mondo in cui viviamo.
Con Bayatly Medea vola in Persia
"In un clima di tratti pasoliniani, la maga Medea del mito,
restituita alla sua origine persiana, si sveglia al suo
incantatore del flauto di un attore sciamano dalla folta barba
spruzzata di bianco, per andare incontro ai personaggi tragici di
Euripide e Seneca, e confrontarsi poi, anche nel contatto di un
solo gesto esemplare, con altri personaggi della cultura
classica, Antigone ed Edipo.
Germina infatti da una libera originale visitazione della
tragedia greca. Vello d'oro di Kassim Bayatly ...(...) alla guida
di un suo Teatro dell'Arcano al cui interno si distillano un'idea
e una pratica di teatro come conoscenza di sé e delle proprie
radici, sia per gli attori che per il pubblico."
Lia Lapini
"La Repubblica Firenze" 3 Luglio 1994
Le danze dell'Arcano

Scrittura scenica e regia di Kassim Bayatlyv Con Kassim Bayatly e
Roberta Bongini
Costumi ed oggetti scenici di Laura Rubino
Luci di Mario Socci
Prima rappresentazione 17 Luglio 1996 (5 repliche)
Lo spettacolo è abbinato alla pubblicazione del libro di
Kassim Bayatly "Il corpo svelato" che tratta aspetti
della danza nella società arabo-islamica, con l'intenzione di
stimolare l'interesse di chi cerca di conoscere il nostro
orientamento nella danza che varca i limiti prefissati tra teatro
e danza.
Le immagini visive e sonore in questo spettacolo costituiscono
una realtà del mondo intermediario immaginario. Ogni movimento
corporeo, ogni gesto ed ogni azione nella struttura drammaturgica
dello spettacolo è carico di valori e di sensi che si rivelano
come composizione articolata di un testo. È una sorta di
coreografia invertita in forma drammatica. È un testo
spettacolare composto in conformità del nostro percorso
teatrale, nel quale confluiscono diversi aspetti del linguaggio
espressivo del "teatro che danza".
"Il teatro che danza: non una danza astratta ma che
assorbe l'orizzontalità del movimento in una danza dell'energia
e del pensiero che penetra in una dimensione verticale dando
possibilità all'uomo di percorrere un sentiero verso se
stesso."
E. Ulivi
"La Nazione" mercoledì luglio 1996
Il fanciullo della notte

Poesia di S. Quasimodo e di Tagore
Drammaturgia e regia di Kassim Bayatly
Con Roberta Bongini
Oggetti scenici di Laura Rubino
Prima rappresentazione 8 Aprile 1998 (2 repliche)
La composizione drammaturgica dello spettacolo ha preso spunto
dall'improvvisazione, dal lavoro quotidiano dell'attore, e si è
via via sviluppata e maturata come struttura che ha preso senso
drammatico mediante l'incontro con la poesia ed i suggerimenti
orientativi del regista. Tutti gli elementi presenti nello
spettacolo costituiscono i fili da cui si è intrecciato il
tessuto del testo globale. Le immagini ed i pensieri, prolungati
mediante i movimenti, i gesti, le voci, i suoni e le
trasformazioni degli oggetti, sono qualificati come un linguaggio
articolato con la logica sensoriale, pensando ad una poesia del
teatro, non perché la poesia è presente nello spettacolo, ma
perché il linguaggio dello spettacolo è composto di movimenti e
misurazioni equivalenti alla composizione di un verso, di una
poesia nello spazio, dove i tempi, i ritmi, i movimenti sono
innervati nelle immagini e nelle azioni concrete. Non si tratta
dell'interpretazione della poesia, è un modo invece per fare
abitare la poesia nella struttura globale dello spettacolo senza
cercare un suo senso dall'esterno. È una "poetica
dell'azione" che è una sorta di operazione che attinge alla
metafisica, trattando frammenti dell'esistenza umana;
accostandoci così alla poetica della parola come la intendeva
Quasimodo.
Kassim Bayatly, poetica d'attore sui versi di Tagore e
Quasimodo
"...Questa ultima produzione del drammaturgo e regista
iracheno nasce dall'improvvisazione intorno alla poesia di
Salvatore Quasimodo e di Tagore. La Bongini interpreta tutti i
mutamenti interiori di una donna in fuga, che porta con sé, coi
vissuti, stati d'animo e desideri. Una donna al presente quando
sulla scena incarna un linguaggio incentrato sulla "poetica
dell'azione": l'attore, cioè, agisce su una struttura
drammaturgica fatta di azioni, pensieri, oggetti e, per
determinati temi come la solitudine, la fuga, la ricerca
dell'esilio, offre variazioni sul tema."
Emanuela Ulivi
"La Nazione" mercoledì 8 Aprile 1998