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Questa problematica investe la maggior parte dei
paesi del mediterraneo, ma solo in alcune delle sue città
si pone, ancora oggi, come problematica aperta ed urgente; tanto
urgente che non con-sente più grandi spazi alle riflessioni.
Occorre con sollecitudine prendere atto che chi affronta questo
specifico problema è attualmente sopraffatto da esigenze
sociali pesanti (urbanizzazione, nuova edificazione, domanda
turistica, ecc.) che comportano il rischio di sepoltura secolare
dei luoghi antichi evidenziati, o quel che è peggio la
realizzazione di contenitori dismessi in verticale (in aggiunta
ai già deplorati buchi neri delle città). Infatti
il rapporto delle città nuove con quelle nascoste (sia
stratificate che emergenti) avviene attualmente con una serie
di tagli molto stretti e spesso voltati, delle vere e proprie
incisioni profonde nel tessuto edilizio delle epoche antiche,
che lasciano solo intravedere "polarizzazioni" e "diffusioni"
(piazze. impianti stradali, ecc.) di antiche civiltà,
rivelazioni successive che vanno rapportate tra loro nello spazio
e nel -tempo, con strategie di intervento che consentano la
fruizio-ne pubblica dei luoghi. Non si tratta pertanto e soltanto
di salvare qualche "testimonianza storica" isolata
e d'inestimabile valore "inventando" percorsi archeologici,
quanto piuttosto di comprendere il ruolo decisivo che essa aveva
-avuto e che potrebbe ancora avere per la città.
Nel segnalare questa urgenza, è doveroso anche dire
-che il problema, pur coinvolgendo attualmente un numero circoscritto
di città del mediterraneo, interessa tutta la sua fascia,
sia perché - se adeguatamente affrontato - dovrà
far i conti con le coordinate geografiche-storiche di questo,
sia perché le città investite dal problema materializzano
la chiave di una biblioteca aperta per letture incompiute
della sua storia e civiltà. Dal punto di vista delle
competenze disciplinari il problema investe primariamente
l'archeologia, l'urbanistica, la geo-archeologia e la tecnolo-gia,
ed è caratterizzato da un taglio urbani-stico mai soltanto
da un interesse storico o esclusivamente architettonico, in
cui la tec-nologia contribuisce con l'implementazio-ne di
processi di valutazione e con stru-menti e metodi avanzati
per accrescere la trasparenza e la libertà decisionale
dei vari attori che partecipano nel processo di inter-vento.
Pertanto, non possiamo che analiz-zare in parte determinati
aspetti specifici più vicini alle nostre competenze,
nella consapevolezza che trattasi di una proble-matica affrontabile
pienamente ed esclusivamente in sede interdisciplinare. Obiettivo
primario dello studio è di contribuire all'impostazione
di strategie di riappropria-zione del nostro patrimonio edilizio,
capaci di condurre dall'atto ideativo-ricognitivo (riscoperta
delle città attraverso la storia) all'atto tecnico-realizzativo,
in modo razionalizzato e gestibile su basi scientifi-che;
in altri termini, una strategia che consuma risorse a breve
termine" per produrre concretamente "risorse a lun-go
termine.
Con le esperienze maturate negli ultimi due decenni nell'ambito
della salvaguardia delle testimonianze storiche, si è
in grado attualmente di affrontare la "sfida archeologica"
con ragionevole ottimismo, purché prenda consistenza
la più volte auspicata nuova cultura del progetto dell'esi-stente
"....non velleitaria, non ideologica e non formalistica...
una cultura meno supponente e timorosa....capace e decisa
a operare i temi del proprio ruolo civile"(2). Il classico
compromesso tra conservazione della memoria del passato e
domanda edificatoria è altamente provocatorio per tutti,
ma lo è sopratutto per le amministrazioni locali delle
città interessate (3), alle quali spetta la duplice
responsabilità: garantire ai cittadini un adeguato
livello di qualità di vita e salvaguardare l'eredità
architettonica del passato rispet-tando le direttive ed i
principi etico-morali dei diversi organismi internazionali
di tutela del patrimonio (4). Tuttavia, pur essendo i responsabili
locali vincolati al rispetto dei principi e delle prescrizioni
convenute con gli organismi internazionali di tutela del patrimonio,
mantengono una certa autonomia decisionale, che ha portato
a sperimentare con successo, in alcuni casi felici, criteri
d'intervento specifici da luogo a luogo. Inoltre, alcune delle
città dichiarate "Patrimonio dell'Umanità"
ispirano maggiori aspettative ri-spetto ad altre, benché
non sempre possiedano i necessari mezzi tecnici ed economici
capaci di soddisfarle. Nell'ambi-to di tale tematica, l'attenzione
degli studiosi è prevalentemente concentrata ai casi
di città nuove "dentro" città storiche
e poco verso quelli delle città nuove "dentro
e sopra - / città storiche. Ciò si giustifica
ampiamente dal punto di vista della prevalenza numerica delle
prime sulle seconde, mentre diviene una disattenzione imperdonabile
dal punto di vista della portanza delle testimonianze del
passato sepol-te tra le mura e nel sottosuolo degli edifici
situati in luoghi archeologici. Il costruire sul sub-costruito
è una operazione -~ che si fonda su tradizioni antiche
ed ininterrotte, alla pari di quella del costruire nel costruito,
e potrebbe suscitare mera-viglia constatare che tali interventi
siano divenuti temi pre-valenti di dibattito della cultura
architettonica odierna. In tutte le epoche, infatti, si può
rilevare la stratificazione, la sostituzione e l'intersecazione
di espressioni architettoniche dissimili, senza che questo
abbia costituito conflitti tanto accesi come nei nostri giorni
(6).
Ma se nel passato il rispetto del patrimonio riguardava soltanto
singole opere alle quali venivano attribuiti valori e i significati,
il mondo contemporaneo, dopo aver esteso que-sto concetto
a tutto ciò che è passato (compresa l'architet-tura
minore), ha rivolto l'attenzione al processo di conoscenza
e fruizione dell'intero sistema territoriale. In questo processo
di conoscenza, la popolazione prende parte attiva -in quando
anch'essa custode della memoria e tramite fra il passato ed
il presente: "(...) con il sentire più profondo
dei tempi e dei luoghi delle cose, siamo proiettati a rapporti
più sensibili fra gli elementi fisici e quelli antropici,
tra i fattori materiali e quelli immateriali di quel medesimo
sistema a te, risalenti ai periodi classico, bizantino, medioevale,
goti-cui uomini e cose appartengono"(7). Le contrapposte
esigenze riguardanti la salvaguardia del patrimonio storico-ar-chitettonico
e quelle derivanti da una forte domanda edifi- catoria, pongono
problemi che a nostro avviso non possono essere affrontati
e risolti sulla base degli stessi Criteri adottabili per i
casi di "città dentro città". Lo studio
intrapreso in -tal senso, mette in evidenza gli aspetti conflittuali
tra esigenze di natura fisica e non, e rileva alcuni orientamenti
nuovi di analisi, sintesi e valutazione del processo di intervento,
basati su appropriati criteri e procedure specifiche.
Un caso eccezionale ed emblematico, sia per l'importanza delle
sue testimonianze archeologiche e storico-architettoniche,
che per l'operato qualificato degli organismi responsabili
locali, è rappresentato attualmente dalla città
di Rodi nel Dodecaneso (GR). Essa conserva, tra soprasuolo
e sottosuolo, estese testimonianze architettoniche stratificate,
risalenti ai periodi classico, bizantino, medievale, gotico,
ed altre derivate da dominazioni perdurate per lunghi o brevissimi
periodi di tempo. Pertanto, la città di Rodi è
stata considerata quale campione per le analisi inerenti allo
svolgimento di questo studio. Si vorrebbe sottolineare, che
non sono le sole caratteristiche peculiari di Rodi ad indirizzare
la scelta su di essa. Visitandola oggi è immediato
cogliere che la "offerta" di questa città
è ancora in grandissi-ma parte legata alle sue espressioni
qualitative ed ai suoi nuclei antichi che continuano ad offrire
i loro spazi sapienti, le le loro architetture, la loro bellezza,
le loro identità, in parte ritrovate grazie al lavoro
condotto negli ultimi dieci anni.
Tutto questo fa di essa un vero e proprio laboratorio di cultura.
Ma questa generosa offerta è anche disarmata, perché
aperta a tutti gli usi, oltreché alla domanda di città
e alle minacce quantitative della sua società. In questo
sta la sua forza e la sua fragilità ed anche le responsabilità
di tutti, ancora in gran parte da assolvere,
Antica metropoli, abitata ininterrottamente per 2400 -anni,
Rodi rappresenta una delle città più importanti
dell'antichità, edificata su posizione prescelta e
secondo un preciso piano urbanistico (Ippodamo, verso la fine
del Sec. V a. C.). Essa è l'unico esempio di metropoli
antica per la quale sono stati ricostruiti la posizione delle
strade, delle piazze e dei quartieri (8). E' la perfetta traduzione
delle regole urbanistiche di Ippodamo: scacchiera ortogonale
regolare, distribuita in tre ambiti fisici, collegati da un
sistema centrale in cui si concentrano gli spazi politici,
religiosi e commerciali: la città è al centro
del sistema territoriale che essa controlla, l'agorà
è al centro della città. La ricostruzione dell'antica
pianta della città, effettuata da archeologi ed architetti
impegnati nella riqualificazione del centro storico, che costituisce
una delle più significative opere del nostro secolo.
Non si tratta di una semplice ricostruzione di un tracciato
di strade e case antiche, ma è il riflesso della società
e la testimonianza degli alti ideali dell'epoca classica.
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L'antica rete urbana della scuola di Ippodamo è visibile
ancor oggi nella attuale topografia della città, e
si estende sia dentro che fuori le mura medioevali della Città
dei Ca-valieri (1480 d.C.). La direzione delle strade antiche
è stata conservata con variazioni lievi durante il
periodo bizantino, così che i Cavalieri della città
medievale hanno ereditato questo sistema urbano, insieme ad
una grande parte dell'edificazione bizantina. In altri termini,
ci troviamo di fronte al caso raro di utilizzazione di un
sistema viario per-sistito continuamente per quasi 2400 anni
(9). Gli scavi ar-cheologici hanno messo alla luce monumenti
classici, quali: l'acropoli, il tempio di Apollo, lo stadio,
l'odeion, i neori, vari templi e ginnasi, settori delle antiche
fortificazioni, resti di abitazioni, fonderie, nonché
reti idriche e fognarie (10). La mancanza di adeguati strumenti
legislativo-finanziari rende quasi sempre impossibile effettuare
estesi e sistemati-ci scavi archeologici nei centri storici
che inglobano, sopra e sotto, testimonianze architettoniche
cospicue delle civiltà precedenti. La possibilità
di intervenire con scavi viene of-ferta: a) in seguito a calamità
naturali; b) durante gli scavi di fondazione di edifici nuovi.
A) In molte città europee del mediterraneo, le "benemeri-te"
calamità naturali e non (terremoti, incendi, esplosioni,
bombardamenti), hanno permesso di riportare alla luce i te-sori
architettonici sepolti, usando gli strumenti legislativi degli
"interventi urgenti e straordinari". Si citano a
titolo di esempio: Città di Salonicco (GR), anch'essa
su stratificazioni di grandi e fiorenti metropoli antiche,
è stata totalmente di-strutta con l'incendio del 1917;
calamità, che ha permesso per un breve periodo di tempo
(11) di bloccare l'edificazio-ne in vaste zone dichiarate
parchi archeologici, ove poter eseguire successivamente indagini
approfondite. Cittadella di Conza (Campania, IT), rasa al
suolo dal terremoto del 1980, ha portato alla luce testimonianze
archeologiche di tale importanza (ritrovamenti del foro dell'antica
città ro-mana) che hanno determinato di ubicare il
nuovo abitato nelle vicinanze del preesistente. Centro storico
di Rodi, col-pita ripetutamente da eventi sismici; dopo il
terremoto del 1944, è stato possibile predisporre un
nuovo piano urbani-stico con carattere storico e con dodici
parchi archeologici. In tempi più remoti, con l'evento
bellico della prima inva-sione turca (1480) e con il terremoto
dell'anno successivo all'invasione (eventi seguiti da una
forte edificazione) è stata scoperta gran parte delle
fortificazioni e degli edifici anti-chi, oggi esistenti (12)
B) L'edificazione nuova all'interno dei centri storici offre
la possibilità di scavi archeologici localizzati, che
costituiscono, nelle città a forte domanda edificatoria,
una preziosa oppor-tunità per la ricognizione archeologica
del sottosuolo. Tutta-via la facoltà, concessa agli
organi archeologici locali, di bloccare i lavori esecutivi
ed, eventualmente, concordare modifiche architettoniche-strutturali
al progetto originario, comporta uno sforzo enorme, a causa
delle conflittualità ine-vitabili che insorgono tra
le parti interessate. L'esigenza di procedere con indagini
accelerate per ridurre i danni econo-mici passivi e la scarsità
di personale degli enti archeologici (per poter intervenire
tempestivamente nelle primissime fasi esecutive) vanificano
nella maggior parte dei casi, le aspetta-tive offerte con
questa "strumento di ricognizione". Nella zona medioevale
della città di Rodi, la maggior parte dei ri-trovamenti
archeologici degli anni ottanta (13) sono venuti alla luce
proprio durante la fase esecutiva di progetti ap-prontati
in conformità all'attuale P.R.G. Viene perciò
confer-mato che, allo stato legislativo-procedurale odierno,
la possi-bilità di intervenire durante gli scavi di
fondazione costitui-sce oggi lo strumento più realistico
ed economico, per poter procedere ad indagini di tipo archeologico.
Le nuove tecnologie basate sull'intelligenza artificiale (Information
Technology, IT) costituiscono strumenti di ef-ficacia straordinaria
per tutte le fasi del processo di riappro-priazione del patrimonio
storico-architettonico. Con riferi-mento specifico ai Geografic
Information Systems (GIS) adottati anche a Rodi fin dai primi
anni ottanta, è stato pos-sibile implementare: a) supporti
decisionali diagnostici; b) assistenza alla messa a punto
di programmi per la manipola-zione di documenti (ricerche
negli archivi cartografici, ri-produzione automatica di dettagli
dei particolari, ecc.); c) banche dati (archivi) e reti di
comunicazione computerizza-te (in fase di avvio) per lo scambio
di dati, informazioni ed esperienze tra i vari attori che
vengono di volta in volta coinvolti nei processi di intervento
ed, in una prospettiva più lontana, tra tutti quelli
che sono impegnati allo studio della "Storia Urbana dell'Europa".
L'impiego dei GIS. come strumento per la produzione di semplice
mappe intelligenti ed archivi telematici, è noto-riamente
divenuto oggi di uso comune, mentre è ancora in nascere
il passaggio da questa fase primitiva del suo impie-go a quella
in cui esso diverrà lo strumento-base per la rea-lizzazione
di programmi polivalenti di elaborazione dei dati codificabili,
programmi per la comparazione tridimensiona-li dei "valori"
in coordinate geografiche, esigenziali, ecc. L'attenzione
maggiore in questa direzione viene oggi focalizzata nell'organizzazione
di strutture spaziali di gestione, che consentano una multi-partecipazione
progettuale con domini di competenze multiple. La mancanza
di piani rego-latori carenti di supporto archeologico e geoarcheologico
(14), crea conflitti enormi tra l'esigenza sociale di nuova
edificazione e l'esigenza di salvaguardare le testimonianze
storico-architettoniche; conflitto che si risolve nella mag-gior
parte dei casi con un compromesso che condanna que-ste testimonianze
a sepoltura secolare: ossia il loro incorpo-ramento nei locali
sotterranei dell'edificio da erigere. Vinco-li urbanistici
ed edificatori, e soluzioni statiche discutibili rendono spesso
vano anche il tentativo di un incorpora-mento dignitoso. Nel
solo centro medioevale di Rodi si con-tano più di cento
casi di questo incorporamento avvenuto negli anni ottanta,
mentre a Salonicco forse spetta il prima-to assoluto in tal
senso.
Un'altra soluzione, apparentemente meno traumatica della precedente,
consiste nel fondare i nuovi edifici su pilo-tis, lasciando
a vista le testimonianze archeologiche (15). Tuttavia questa
soluzione consente di eseguire indagini ar-cheologiche in
tempi compatibili con le esigenze economi-co-organizzative,
ed incide in modo limitato sulla consisten-za dei tessuti
murari da salvaguardare (16). Le fondazioni su pilotis., incastrati
dentro le masse murarie antiche, rende necessario uno studio
altamente specialistico del sottosuolo di fondazione, da condursi
con un geoarcheologo, figura non ancora consolidata. Inoltre,
in caso di un successivo adeguamento o rinforzo antisismico,
si riportano in primo piano alcune problematiche risolubili
con lo schema "a pi-lotis". Altra soluzione ancora,
per poter evidenziare ed intervenire sul patrimonio archeologico,
è offerta dall'espro-prio. Nel caso di Rodi, tenuto
presente che circa 1/3 della parte edificata (500 abitazioni)
del centro storico racchiuso tra le mura è di proprietà
comunale, i'uso di questo stru-mento legislativo viene applicato
in casi del tutto eccezionali. Nella zona moderna della città
che sovrasta la città elleni-stica (esterna alle sue
mura medioevali), la necessità di ri-correre all'esproprio
è più sentita ed anche più ricorrente.
I problemi connessi alla salvaguardia e alla conserva-zione
delle testimonianze architettoniche racchiuse dentro e sopra
gli edifici di Rodi, si moltiplicano e si ingigantiscono nel
suo centro storico, racchiuso tra le mura medioevali. Ta-le
centro è situato all' interno di una moderna città
della quale rappresenta il polo storico e geografico, con
in atto una vera e propria esplosione turistica, della quale
rappre-senta il polo storico e geografico. Le forti pressioni
che rice-ve da parte delle crescenti attività secondarie
e terziarie vanno a scapito, oltre che delle città
stratificate, anche della qualità abitativa. Tale fatto,
insieme alla presa di coscienza che il centro storico rappresenta
un monumento con enor-mi problemi sociali, hanno costituito
-nei primi anni ottan-ta- i moventi per giungere, nel 1984,
ad un accordo pro-grammatico tra i responsabili del governo
centrale e quello locale per "La Riqualificazione Globale
della Città Medioe-vale" e, nel 1989, alla stesura
di un documento intitolato "Principi Generali per 1'
Intervento sulle Costruzioni della Città Medioevale
di Rodi" (17). L'importanza di questo do-cumento, richiama
altri analoghi approvati in tempi recenti in varie città
europee. I criteri adottati per la valutazione dei progetti
d'intervento si basano prevalentemente sulla lettu-ra delle
qualità vecchie (prestazionali tecnologiche, segni-che,
simboliche, documentarie materiali); criteri che sono estremamente
utili, ma che rimangono opinabili e discutibi-li, in quanto
manca una strategia di confronto tra la qualità del
sistema prima e quelle attese dopo 1' intervento (18).
" (
) Ogni progetto, ogni pratica conservativa e
trasformati-va dovrebbe poter essere giudicata in base al
differenziale introdotto tra i diversi valori della condizione
precedente all'intervento e di quella che n'è conseguita"
(19). Invece è degna di rilievo l'attenzione posta
nella fase anteprogettua-le, con l'inserimento di una serie
di minuziose specificazioni su tutti i parametri tecnologici,
tecnici, morfologici, estetici e segnaletici.
In questo documento si estende, in accordo con la cul-tura
odierna del restauro, il concetto di tutela del singolo monumento,
a tutto l'ambiente antico della città. Parallela-mente
viene considerato come "essenziale e determinante proprio
il carattere dell'insieme, la stratificazione delle fasi,
l'unità complessiva, la continua e composta configurazione
edilizia e naturale" (20); mentre non s'individua, in
questo come in tanti altri analoghi, una relazione dialettica
vec-chio-nuovo, capace di individuare le qualità nascoste:
stori-che, estetiche e prestazionali (21).
In conclusione, alla concretezza del documento nell'individuazione
e salvaguardia degli elementi costruttivi e decorativi degli
edifici restaurati si devono i risultati positivi fin oggi
ottenuti, mentre alle mancate attenzioni poste sulla relazione
dialettica vecchio-nuovo, e sugli strumenti di con-trollo,
salvaguardia e difesa, per operazioni di restauro che dal
manufatto architettonico investono anche lo spazio cir-costante
urbano, si devono alcuni dei risultati discutibili che oggi
osserviamo. In altri termini, per il rispetto dei re-quisiti
di "Integrità dei Valori" e di "Durabilità",
occorre operare al di sotto della superficie delle cose e
della loro eterogeneità, ma.al di sopra di ciò
che non riusciamo bene a discernere nel profondo" (22).
Estendere i processi di valutazione del patrimonio cir-costante
a quello sottostante, nel caso di Rodi viene quasi spontaneo,
poiché parte delle città sepolte sono "affioranti"
in superficie e/o "conglobate" nella tessitura dei
manufatti medioevali che oggi vediamo. Ed è anche fondamentale
rendersi conto che non si tratta di affrontare una questione
di recupero-ripristino-restauro, ma di "riappropriarsi"
del patrimonio storico-architettonico (un percorso ancora
più tortuoso ed affascinante), percependo lo spazio
nei suoi rapporti planivolumetrici ed imparando a conoscere
il luogo che rinvii ad altri tempi e luoghi, ad altri percorsi
che con le loro storie e formazioni si intersecano ed interagiscono.
Se i nostri obiettivi sono questi, passare sul piano operativo
si-gnifica definire i parametri di valutazione riferiti agli
ob-biettivi e correlare i parametri di valutazione con i criteri
di valutazione assunti. In altri termini, dalla percezione
e presa di coscienza del problema, all'approdare a processi
di inter-vento efficaci, il percorso è ancora assai
lungo, e ne sono te-stimoni i risultati negativi di alcune
soluzioni che pur teori-camente ottime, finiscono per aggravare
la salvaguardia del patrimonio sepolto: basti riflettere su
alcuni percorsi archeo-logici realizzati dentro le città
nuove, che collegano "virtual-mente" parti di antiche
città rinchiuse dentro gli scantinati degli edifici,
in involucri asfissianti e assolutamente privi di riferimenti
con lo spazio e la vita circostante.
Parte di queste testimonianze sono racchiuse da tempo in perimetri
che delimitano parchi archeologici aperti, in at-tesa di una
loro riappropriazione. Problema arduo, che molto spesso finisce
con l'utilizzare questi spazi, per realiz-zare infrastrutture
sociali, prive di una piattaforma con va-lori comuni e comunitari
alle testimonianze affiancate, privi di confronti costruttivi,
che li rendono incomprensibili ed alla fine estranei alle
testimonianze a cui sono stati accosta-te. Ciò in genere
si verifica quando i concorsi appalto per la riappropriazione
dei parchi archeologici privilegiano l'inse-rimento di nuovi
spazi funzionali per il soddisfacimento di una serie di esigenze
sociali, la cui sintesi si esaurisce nella sola concatenazione
funzionale degli stessi, mentre "dob-biamo imparare a
vivisezionare le nostre sensazioni e quelle dei nostri simili,
scomporre in mille pezzi a incastro ogni piccolo flash emotivo
che un luogo, uno spazio, un ambien-te può trasmetterci:
è da quanto a fondo saremo andati in questa scomposizione
che potremo ricostruire la trama invi-sibile delle relazioni,
la concatenazione degli effetti, la strut-tura interna della
bellezza" (23).
E' qui opportuno richiamare una riflessione espressa in premessa.
Le scelte strutturali prevalenti in aree ricche di testimonianze
del passato, sono anch'esse condizionate da una cultura timorosa
e chiusa che si rifiuta di aprirsi verso soluzioni tecnologicamente
avanzate e capaci di mitigare le conseguenze negative che
si hanno con le soluzioni struttu-rali collaudate da tempo.
La scelta strutturale prevalente per edifici in luoghi archeologici
è quella classica a telaio su pilotis, che consente
la fruizione degli spazi allo spiccato di fondazione.
Diversi sono gli aspetti conflittuali e discutibili di que-sta
scelta strutturale, ossia: 1) L'esigenza di distanziare i
pi-lotis il massimo possibile (per creare grandi spazi aperti)
si scontra con l'esigenza di realizzare fondazioni di dimensio-ni
ridotte (per meno incidere sui tessuti murari sottostanti).
2) Le modifiche del tracciato in fase esecutiva (posiziona-mento
di alcuni pilastri) che si rendono necessarie per evi-tare
di intaccare aree di particolare pregio archeologico, evidenziate
durante gli scavi di fondazione, penalizzano sta-ticamente
altri elementi portanti (pilastri e solai) e compor-tano variazioni
nelle soluzioni architettoniche e distributive del progetto
originario, con aggravi dei costi. 3) I pilotis vengono in
genere incastrati nelle masse murarie sottostan-ti, quando
esse si presentano compatte (antiche fortificazio-ni, ecc.).
Il grado d'incastro ottenibile è condizionato dall'eventuale
presenza di eterogeneità, alterazioni e di-scontinuità
presenti in queste masse, il cui rilevamento comporta studi
geotecnici e geomorfologici altamente spe-cialistici. 4) L'eventuale
rinforzo o adeguamento antisismico degli edifici, per mezzo
di pareti irrigidenti inserite tra i pi-lotis. L'ancoraggio
delle pareti alle masse murarie sottostan-ti crea nuove micro-mcisioni
ravvicinate, mentre l'inseri-mento delle pareti in c.a. vanifica
in parte l'effetto di spazio libero che si voleva privilegiare.
Certamente non è questa la sede per proporre ed ana-lizzare
schemi strutturali alternativi, basati su concetti più
avanzati e flessibili della strutturistica, e nemmeno si sotto-valuta
il fatto che strutture più innovative per schema, tec-niche
e materiali impiegati, dovranno far i conti con i vinco-li
urbanistici e con un impegno economico diverso. Tuttavia possiamo
soffermarci a qualche breve considerazione, per meglio chiarire
quanto sopra affermato. Nelle soluzioni in-telaiate a pilotis
in zona sismica, l'aggravio degli impegni statici delle strutture
portanti in c.a. potrebbe essere valuta-to con riferimento
agli edifici civili multipiano a pianta re-golare, attorno
al 30%. Per sollevare questi elementi strut-turali e le opere
di fondazione da questo impegno statico supplementare ed inevitabile,
si potrebbe far ricorso alle or-mai ben note tecniche basate
su sistemi attivi e passivi di iso-lamento sismico (isolatori
sismici, dissipatori energetici, si-stemi misti, ecc.) che
non comportano incrementi delle rigi-dezze strutturali e conseguentemente
dei carichi, incremen-ti che invece si hanno con le soluzioni
tradizionali (24). Il ri-corso a questa alternativa strutturale,
nel caso di edifici di notevole altezza (alberghi, ipermarkets,
ecc.) costruiti in luoghi archeologici, diviene determinante
(25).
Trascendendo da considerazioni riguardanti i valori "intangibili"
(vite umane e valori non riproducibili) per evi-tare di monetizzarli,
l'innalzamento dei livelli di protezione sismica a parità
di costo, e la riduzione dei costi occorrenti per il raggiungimento
di assegnati livelli di protezione, otte-nibili con queste
tecnologie avanzate, sono stati comprovati da molteplici ricerche.
Peraltro da analisi economiche svol-te in USA (26), è
stato valutato che per edifici intelaiati in cemento armato
è conseguibile una lieve riduzione dei costi strutturali,
qualora s'impieghino sistemi di isolamento si-smico invece
che le classiche pareti di taglio in c.a. Infine, per i limiti
di altezza degli edifici, posti da vincoli urbanisti-ci (altezze
massime, indici di copertura e di fabbricabilità, ecc.)
i sotterranei degli edifici su pilotis che racchiudono le
testimonianze archeologiche, risultano spesso essere spazi
assai angusti e privi di riferimento alle coordinate di vita
del passato e del presente.
Per concludere, la linea di ricerca adottata per lo svol-gimento
dello studio in questa fase, conduce a forme di ana-lisi e
di sintesi che favoriscono la totalità della percezione
del problema, ovviamente a spese dell'esplorazione parti-colareggiata
(27). Si è constatato che l'implementazione di nuove
strategie, basate su nuovi e migliori equilibri tra pa-trimonio
architettonico, ambiente ed esigenze sociali, ri-chiede trasparenza
decisionale, perseguibile solo apportando modificazioni profonde
all'interno delle attuali proprietà istituzionali (28).
Questa esigenza conduce a piani d'azione distinti in tre differenti
livelli
1) livello micro che esamina i principali fattori che con-dizionano
l'operato dei vari gruppi di lavoro aventi diffe-renti estensioni,
mezzi, strumenti, ecc. (29). L'approccio se-guito è
quello di indagare all'interno dei seguenti ambiti: a) mezzi
di rilevamento del patrimonio archeologico; b) locali interessi
e gruppi di lavoro; c) strutture istituzionali; d) fat-tori
economici; e) processi di trasformazione dell'ambiente costruito
sovrastante.
2) livello medio che riguarda le modalità di raccolta
e di gestibilità dei dati sul patrimonio storico-architettonico.
Le limitazioni poste a questo piano d'azione sono: a) la siste-matica
inventariazione ed analisi del patrimonio archeologi-co; b)
la raccolta di informazioni sulle testimonianze ar-cheologiche
di piccole città ed aree urbane, scelte con at-tenzione;
c) pochi partecipanti attivi.
3) livello macro che comprende: a) la sistematica diffu-sione
di processi di riappropriazione dei luoghi archeologi-ci,
che si estendono dall'ambito puramente percettivo-esteti-co,
a quelli economico-sociologico e funzionale-tecnologico, attraverso
reti intercittà che vanno potenziate; b) l'indivi-duazione
dei percorsi (e impiego della IF) attraverso cui le testimonianze
consumando "risorse a breve termine con-tribuiscano idealmente
alle "risorse a lungo termine"; c) la lettura e
la riappropriazione delle tecnologie del passato.
NOTE
(1) Nel catalogo dell'UNESCO del 1972 sono
omologate 70 città.
(2) Sono anche maturi i tempi per tentare di radicare questa
cultura nei cittadini tutti, fin dalla prima età scolastica.
Esigenza dichiarata anche in alcuni recenti Convenzioni e
Proclamazioni Internazionali. Si cita ad es. l'articolo 15,
comma 2, della Convenzione di Granada, tra i paesi membri
del Consiglio d'Europa (ott. 1985), per la Protezione del
Patri-monio Architettonico Europeo: Ogni convenuto si obbliga
al risveglio o alla sensibilizzazione del pubblico, dall'età
scolastica, nei temi della protezione dell'eredità,
qualità dell'ambiente costruito e dell'espressione
architettonica". Di Battista ,1992.
(3)Il problema è stato affrontato nel congresso dell'
UNESCO te-nutosi a Kebek nel 30-giugno-4 luglio 1991, che
allo scopo di interrom-pere l'isolamento e favorire la circolazione
di esperienze ha proposto la costituzione di una rete internazionale
tra le città interessate.
(4) In particolare, la Convenzione di Granada dell'ottobre
1985, ri-guardante la Salvaguardia del Patrimonio Architettonico
Europeo, fir-mata dai paesi europei, segue una serie di principi
e dichiarazioni, già proclamate in analoghe Convenzioni
europee ed internazionali (Conven-zione Politica Europea,
dic. 1954; Carta di Venezia, mag. 1964; Conven-zione Europea
per la protezione del patrimonio architettonico, Londra, mag.
1969; Convenzione per la protezione del patrimonio civile
e natura-le mondiale, nov. 1972; Carta Europea per del Patrimonio
Architettoni-co, Strasburgo, sett. 1975, Dichiarazione di
Amsterdam, ott. 1975, Con-venzione per la Protezione della
Vita e dell'ambiente Naturale Europeo, Berna 1979), dei quali,
potremo dire che vengono codificati i contenuti significativi,
inserendo contemporaneamente nuovi elementi. La più
si-gnificativa differenza tra questo accordo e la Carta di
Venezia o la Pro-clamazione di Amsterdam, è che tale
accordo comporta una "morale" adesione dei paesi
firmatari, che sono obbligati a rispettare la Convenzio-ne;
mentre il controllo si affida ad un comitato di esperti nell'ambito
del Consiglio di Europa.
(5) Alcuni esempi recenti: Manossque (Francia), Bruges (Belgio),
Kreuzberg (Germania), Bergamo (Italia).
(6) Le prime controversie nel settore risalgono al Sec. XIX.
Ciò era dovuto alla mancanza di coscienza storica;
bisogna infatti tener presente che, prima del Sec. XVII, il
passato è nella coscienza comune una entità
non troppo definita, e la convinzione di una continuità
assoluta e diretta tra passato e presente comincia ad incrinarsi
durante il Sec. XVIII. Con la prospettiva storica, il passato
assume agli occhi dei contemporanei una fisionomia meno ideale
e confusa; nell' antica Roma, ad esempio, l'atteg-giamento
prevalente era legato a convinzioni platoniche, per cui le
opere non sono altro che un riflesso imperfetto delle idee
e pertanto soggette a modificazioni.
(7) V. Di Battista, nv. Recuperare, 5/91
(8) La rete urbana di Ippodamo è di tipo regolare ed
uniforme. Gli isolati (insulae) uguali tra loro, delle dimensioni
47,73x26,52 m includo-no tre unità abitative e sono
racchiusi da strade di larghezza 5-6 m. Le unità abitative
più grandi sono racchiuse da strade di larghezza maggiore
(8-11 m) e contenevano 36 insulae con 108 case, ossia erano
progettate per circa 1000 persone. Gli edifici commerciali
erano concentrati nella zona del grande porto. L'agorà
con le statue e gli edifici pubblici erano situati verso i
confini e il tempio principale probabilmente risultava de-centrato
rispetto agli edifici commerciali.
(9) E' significativo il confronto con la città di Mileto
che ha subito un lento e progressivo processo di crescita,
non solo fisica, del nucleo centrale che si arricchiva di
funzioni e di ruoli nuovi che coinvolgevano l'intera città.
(Tratto da Demetra, semestrale di
Architettura e Arte, N°6 Giugno 1994, autore dell'articolo:
"Città Nuove su città Antiche" Nina
Avramidou)
"Città
nuove su città antiche" formato
doc
(56Kb)
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