Da: Il manifesto, 9 giugno 2000
L'eterno presente di
Jeanne Hersch
ROBERTA DE
MONTICELLI
In questa pagina un ricordo di Roberta De Monticelli, che occupa dall'89 la cattedra di Filosofia moderna e contemporanea che fu di Jeanne Hersch. Ieri l'Università di Ginevra l'ha ricordata con un convegno internazionale a lei dedicato, alla cui organizzazione si stava lavorando da tempo per festeggiare i novant'anni che la filosofa, per pochi giorni, non è arrivata a compiere
Se n'è andata pochi
giorni prima della sua festa, Jeanne Hersch, in questo scorcio d'estate,
nell'anno che l'Università di Ginevra le aveva dedicato con
svariate iniziative, per festeggiare i suoi novant'anni. Era nata
a Ginevra nel 1910 da una famiglia di origine polacca, per parte
di madre, e lituana, per parte di padre. La sua tesi di laurea su
Le immagini nell'opera di Bergson (1931) colpì
profondamente il filosofo, già anziano e malato: lei aveva vent'anni
e riceveva così il primo prestigioso riconoscimento
internazionale. L'incontro con Bergson resta all'origine di uno
dei grandi temi del pensiero di Jeanne Hersch: il problema del
tempo, che la filosofa concepirà tuttavia in una maniera
profondamente critica nei confronti del bergsonismo.
Ma l'incontro intellettualmente determinante è quello con Karl
Jaspers, che divenne il suo vero maestro: Jeanne Hersch è sua
allieva, come Hannah Arendt, a Heidelberg negli anni '30. Non
esita nel 1933 a recarsi a Friburgo per ascoltare i corsi di
Heidegger, nonostante la legge promulgata in quello stesso anno,
che proibiva l'iscrizione alle università tedesche agli studenti
di origine ebraica. Del suo insegnamento, Jeanne Hersch ha
scritto: "Le idee che sviluppava davanti a noi, non le
sottometteva al nostro libero giudizio, secondo l'atteggiamento
liberale che dovrebbe essere proprio del filosofo: le imponeva. C'è
nella sua filosofia un aspetto incantatorio, come una formula di
magia, che fa salire gli spiriti tellurici e vi chiede di
accoglierli...[la sua filosofia] comporta un elemento patetico,
più o meno magico, che è un fattore di irresponsabilità".
Colpisce il paragone con Jaspers: per questi, invece, "ogni
vera attività filosofica è radicata in un atteggiamento etico...
Nella comunicazione la tua propria libertà conta su quella dell'altro".
La libertà, la sua natura costitutiva della nostra esistenza, le
sue condizioni, i suoi limiti, i modi del suo esercizio
quotidiano, etico, politico e intellettuale: è questo l'altro
grande tema del pensiero della Hersch. Che potrebbe definirsi una
filosofia della condizione umana come condizione paradossale, in
cui si scontrano drammaticamente, più che conciliarsi, la nostra
sottomissione alle leggi della natura e la nostra radicale
responsabilità verso il presente, questo solo luogo d'appuntamento
con la realtà sempre singolare, con le sue esigenze sempre nuove.
Noi viviamo più sovente di memoria e speranza che di attenzione,
volentieri dimoriamo nelle dimensioni immaginarie del passato e
del futuro piuttosto che in quella "miniatura d'eternità"
che è il presente, il breve spazio del nostro esercizio di
libertà. Una condizione paradossale, la nostra, alla quale
il pensiero filosofico non solo non sfugge, ma che è sua
vocazione illuminare e riflettere. E' una illusione credere che
la contemplazione filosofica sia altro che la quintessenza del
paradosso di esistere, ma illuminato, portato alla luce
del pensiero nei suoi innumerevoli aspetti.
L'illusione filosofica è appunto il titolo della prima
opera di grande respiro di Jeanne Hersch, (1936), tradotta in
italiano da Einaudi già nel 1942, ma che bisognerebbe
ripubblicare con la prefazione ancora palpitante di meraviglia,
eppure lucidissima, che Jaspers scrisse per l'edizione tedesca
dell'opera (1956). L'illusione consiste nel credere che il
pensiero filosofico possa farsi verità scientifica, oppure che
possa prescindere dalle verità scientifiche. E la storia della
filosofia moderna è una continua oscillazione fra questi due
aspetti dell'illusione. Ma "la verità filosofica non è una
verità oggettiva, benché non possa fare a meno dell'oggettività.
La verità filosofica riflette la natura della libertà, che non
può, neppure lei, fare a meno dell'oggettività, ma che, nella
sua quintessenza, ne è il contrario, perché è ciò che strappa
se stessa all'oggettività". Questa la tesi fondamentale di
quel primo libro, al quale il secondo, L'être et la forme
(1946) aggiunge l'aspetto costruttivo, anzi creativo di questa
libertà che strappa se stessa all'oggettività per dar forma,
cioè essere alla condizione umana e in qualche modo
strapparla alla mortalità, senza mai riuscirci interamente.
L'azione, la conoscenza, l'arte: in questi tre piani fondamentali
della realizzazione umana della forma c'è un fare, un fabbricare,
un maneggiare la materia, un artigianato, un lavoro: e in
questa altra categoria dell'esistenza - il "lavoro" -
il lettore italiano riconoscerà forse l'ultima e più segreta
radice di questa pensatrice, accanto a quelle della sua ebraica
laicità e della grande tradizione filosofica europea che ha
nutrito la sua giovinezza.
L'impronta di Ginevra, la città di Calvino. Il lavoro di
questa donna, che amava considerarsi una "presenza al suo
tempo" più che l'autrice di un'opera, è stato imponente e
profondamente efficace. Jeanne Hersch ha formato molte
generazioni non solo di filosofi né solo di intellettuali, ma di
uomini attivi in tutti i rami della vita materiale e civile di
questa città della pace. All'Università, dove ha insegnato dal
'47 al '77, i suoi corsi erano diventati un luogo di incontro di
studenti e studiosi di ogni Facoltà: era convinta - e oggi
questa ci pare un'intuizione fondamentale, in anticipo sui tempi
- che l'avvenire della filosofia è nel bisogno che hanno di essa
tutte le professioni, e non solo quelle intellettuali. "Essa
sola può fornire gli strumenti necessari a illuminare i problemi
che si pongono oggi ai medici, ai giuristi, ai biologi, e a
formare i giudizi morali il cui bisogno si impone prima che
esista un consenso in proposito". Perciò si definiva anche,
soprattutto negli ultimi tempi, e con un sorriso d'ironia sul
volto che sempre ebbe assai imperioso, "una vecchia maestra
di scuola".
Nello stesso spirito Jeanne Hersch non ha mai cessato di
interessarsi alle scienze e alle tecnologie contemporanee, di
sondarne le conseguenze sulla nostra esistenza, i suoi paradossi,
il rapporto con il tempo e la libertà. Eminentemente etica, ma
anche civile e politica, la sua riflessione è fluita dalla viva
voce alle pagine di innumerevoli brevi saggi e articoli. Ma
occorre ancora ricordare almeno Idéologies et réalités
(Plon, Paris 1956) e una monumentale commemorazione dei vent'anni
dalla dichiarazione dei diritti dell'uomo, progettata su incarico
dell'Unesco e realizzata per mezzo di un'interessantissima
architettura polifonica, in cui si intrecciano le voci di
pensatori, poeti e scrittori di tutto il mondo (Le droit d'être
un homme, Unesco, Paris e Payot, Lausanne 1968). Infine un
piccolo best-seller della storia della filosofia, L'étonnement
philosophique (Folio Gallimard, un tascabile che va a ruba
dal 1993), dove Jeanne Hersch eccelle nell'arte che le fu propria
di "mimare" - l'espressione è sua - il "gesto
fondamentale della libertà" che rivive in cuore a ogni
opera di pensiero, da Socrate a Jasper, i due poli di questo
libro sulla meraviglia filosofica, che ha il suo baricentro in un
magistrale capitolo su Kant: veramente accessibile a chiunque,
senza che alcun mistero filosofico vada appiattito, perduto o
dimenticato.
Chiarezza e concisione - queste virtù native Jeanne Hersch non
le ebbe in eredità dal suo maestro, al pensiero del quale esse
avrebbero reso un grandissimo servizio. Un servizio che in parte
l'allieva gli ha effettivamente reso, non solo con le traduzioni
in francese di quasi tutta la sua opera, ma anche con la più
bella monografia su questo autore (Karl Jaspers, L'âge d'homme,
Losanna 1978).
Eppure non si è ancora detto tutto, con questo, sull'opera di
questa autrice: e forse non si è detto l'essenziale. Che cioè
Jeanne Hersch è stata una scrittrice, oltre che una filosofa. Lo
è stata in due sensi distinti: per la funzionalità soberrima
della sua prosa filosofica pura, e per il vigore poetico di
quella letteraria, narrativa e saggistica. Jeanne non amava
troppo coloro che si provano a fare due cose alla volta, e il suo
giudizio sul "pensiero poetante" è piuttosto severo.
Lei di cose ne ha fatto una alla volta. A trentadue anni pubblicò
un romanzo, Temps alternés (Metropolis, Ginevra, 1990)
giunto alla sua terza edizione - che si imprime vivido nella
memoria con le linee ampie e la luce di questo paese di lago e di
montagne, il doux pays romand. Molto caro all'autrice era
poi un piccolo libro di cui è appena uscita una bella traduzione
italiana (di Federico Leoni), con prefazione di Jean Starobinski,
titolato La nascita di Eva - Saggi e racconti (Interlinea
Edizioni, Novara 2000) e particolarmente affezionata era al
saggio che dà il titolo alla versione italiana, Eve ou la
naissance éternelle du temps, una meditazione sul celebre
bassorilievo di Autun (XII secolo).
Del romanzo di Jeanne Hersch Temps alternés bisognerebbe
accogliere il titolo originariamente suggerito dall'autrice, Esercizio
di composizione. Di composizione-conciliazione di due figure
della condizione umana - e femminile, in particolare - che sono
anche due età della vita e due prospettive dell'assoluto, quali
le due grandiose dimensioni di questo paesaggio di montagne e di
lago le rendono visibili e compresenti: l'alto e il largo. Perché
è un'educazione sentimentale, quel romanzo, e la storia di una
donna che l'attraversa, passando per quelle due età, due
prospettive, due dimensioni. Quella infinita dell'adolescenza,
tutta verticale come l'altezza del sogno che si rifiuta a ogni
determinazione e decisione, a ogni interpretazione pratica e
finita: e paga questa felice confidenza dell'anima nell'assoluto
con la sconfitta della donna che l'incarna. E, oltre questo
scacco, la prospettiva finita della donna che ha appreso la
condizione umana, che non è forse più capace di fare dell'universo
intero lo strumento magico del suo desiderio, ma che ha preso
radice nel largo orizzontale della terra, ha saputo accogliere il
matrimonio e la generazione. E, in lunghe lettere piene di
tenerezza e di memoria, indirizzate al compagno della sua vita
mortale, vuole oramai fargli dono "di questo qualcosa di
eterno e inconsolabile" che è il primo amore: la nascita
dell'anima - che è insieme la sua ferita, e il suo esilio.
C'è una pagina di Jeanne Hersch che si vorrebbe, un giorno,
udire predicata da un pulpito in Saint Pierre, la cattedrale di
Calvino. Dell'uomo che nel Catechismo di Ginevra ebbe l'audacia
di contestare la lettera e lo spirito del comandamento di
santificare le feste. Perché di questa pagina, come si potrebbe
non essere grati a questa signora del tempo e dei suoi paradossi,
ormai per sempre sorridente. Come si potrebbe, anche per questa
pagina, mancare di amarla.
"Celebriamo le feste. Festeggiamo chi ci ama, le stagioni,
le lune. Ciascuno ritroverà la certezza che quaggiù c'è posto
per lui. Forse è questo, l'essenziale. La festa crea un ordine
solenne in cui ciascuno è confermato, nel proprio ruolo, nel
proprio posto rispetto al tutto. E' questo, credo, ciò che manca
agli uomini del nostro tempo: la certezza di avere il proprio
posto nella festa esuberante e tragica del mondo e della storia.
Ancor più dell'uguaglianza, è di questa sicurezza che gli
uomini hanno bisogno. Senza, prendono a mettere in dubbio il
senso della vita, e vivere nell'immensità senza forma è
insopportabile. Perché tutto, nell'assenza di senso, si dissolve.
E' il regno della grande noia dell'uomo, è il contrario della
festa."
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