Bibliografia

Da: Il Manifesto, 24 Novembre 1998


IL SANGUE D'ALGERIA NELLA NARRAZIONE DI UNA ESILIATA. DUE NUOVI LIBRI DI ASSIA DJEBAR ESCONO CONTEMPORANEAMENTE IN ITALIA

L'INTELLETTUALE CAPRO ESPIATORIO

- TONI MARAINI -

S ollecitata a pronunciarsi sul dramma della crisi algerina, Assia Djebar era a lungo rimasta nel silenzio. Un frammento poetico (Il sangue della scrittura) inserito a conclusione del libro Vaste est la prison (Parigi '95) ne dava le ragioni: "Oggi, nelle tenebre delle lotte fratricide (...) / Come nominarti, ormai, Algeria! /(...) col sangue, come scrivere?/ Al centro della scena, sopratutto non piangere, non improvvisare un poema funebre, non scomporsi nello stridore (...)". Ma quel testo finale - preceduto dal breve frammento Yasmina, su una giovane giornalista assassinata nel giugno 1994 - rompeva il suo silenzio sul sangue e sulla morte. Assia Djebar scrisse allora Le Blanc de l'Algerie (traduzione italiana Bianco d'Algeria, il Saggiatore 1998) e Oran, langue morte (1997, traduzione italiana Nel cuore della notte algerina, Giunti 1998), due libri che escono oggi contemporaneamente in Italia.

Assia Djebar non è propensa alle dichiarazioni ed è nella sua scrittura che deve essere cercata l'espressione della sua partecipazione alla storia e alla crisi dell'Algeria. Lo fa con la sua alchimia narrante, una struttura elaborata a frammenti, in cui si intrecciano riferimenti storici e narrazione a più voci. Scrittura oscillante tra confessione autobiografica e affresco storico, nel contempo sobria e preziosa, con moti d'animo in arabesco. Nel lontano 1958 Assia Djebar (già giovanissima autrice di due romanzi) si era laureata in storia; tra il '79 e l'82 ha poi realizzato due lungometraggi (il primo, La Nuba des femmes du Mont Chenoua, riceverà a Venezia nel '79 il Premio della critica internazionale). Il connubio storia/scrittura/cinema modella la struttura "visiva" e documentaria di una narrazione attenta a captare le immagini, assemblare gli eventi, ricollegare molteplici scene e diversi livelli cronologici, voci narranti, monologhi, flash-back.

I due libri oggi editi in Italia, Bianco d'Algeria e Nel cuore della notte algerina, diversi per struttura, genere e pathos, si cimentano entrambi "col sangue della scrittura". Ma come narrare il sangue d'Algeria? Impresa difficile che Djebar affronta da due diverse angolature. Bianco d'Algeria apre le pagine di una storia algerina dalle numerose "morti sacrificali". Rievocando gli assassinii di Abbane Ramdane (capo della resistenza fatto eliminare da altri membri del Fln nel '57) e di Mouloud Feraoun (scrittore assassinato da un commando dell'Oas nel '62) e, poi, quelli di Senac e Sebti (poeti), Alloula (drammaturgo), Djaout (scrittore), Boucebci (psichiatra), Boukhobza (sociologo), Mekbel (giornalista) e di una giovane preside di scuola media, giustiziati da sicari o gruppi armati integralisti - e soffermandosi sui tragici destini di alcuni noti scrittori e poeti (da Camus, Anna Greki e Bashir Hadj Ali a Mouloud Mammeri e altri ancora) -, Djebar traccia una drammaturgia della morte. Ombre che oscurano l'"utopia algerina". Accorata riflessione sull'intellettuale "capro espiratorio".

Ma cos'è che spinge la follia integralista a credere che una persona che scrive sia di per sé un nemico? si chiede Assia Djebar nel recente libro-intervista di Renate Siebert (Andare ancora al cuore delle ferite, La Tartaruga 1997). L'interrogativo la conduce a riflettere su vicende e personaggi di una storia politico/culturale tormentata già sin dagli inizi, o prima ancora dell'indipendenza. Una storia anche di grandi ideali portati avanti con coraggio da figure "sacrificali" mai integratesi nel sistema monopartitico né tantomeno complici di un'ideologia del fanatismo politico e religioso di cui saranno il bersaglio. Nel cuore della notte algerina, mosaico di ricordi e di narrazioni (il libro include cinque "novelle", una "narrazione" e una storia liberamente ispirata alle Mille e Una Notte), racconta la violenza che scuote la vita di tante donne d'Algeria. Racconta anche storie d'amore, confessioni, effusioni e tormenti. In queste storie contese tra "desiderio e morte, tra Algeria e Francia" il corpo di Félicie (dal racconto omonimo) è al centro di una tragicomica parabola: dove seppellirlo? Quale liturgia per un'identità del meticciato? Infine, verso dove la fuga, la partenza di quante, minacciate o esaperate, cercano rifugio, fosse anche nella parola "dove nascondere, deporre, covare la loro forza di ribellione e vita quando tutto attorno a loro vacilla"? Dell'Algeria da cui vive ormai da molto in esilio, lei stessa "fuggiasca" (come scrive nel poema il sangue della scrttura), Assia Djebar ascolta una polifonia di voci, un vissuto quotidiano da riscattare dall'oblio. Da noi intervistata, racconta perché ha scritto questi due libri.

Come è nato "Bianco d'Algeria"?

Nel febbraio 1995 mi trovavo per un seminario in California; per sormontare lo sconforto pensando ai miei amici assassinati (Abdelkader Alloula, Mahfoud Boucebci, M'Hamed Boukhobza) rievocavo tra me e me la nostra amicizia, l'amicia di una vita. Riaffiorarono vividi alla mia memoria momenti vissuti insieme; talvolta - come succede coi ricordi - dettagli quasi futili. Quando danzavo con Boucebci, o quando avevo tanto riso al Teatro di Algeri per il Diario di un pazzo di Gogol messo in scena da Abdelkader (Alloula). Mi accorsi che parlavo e dialogavo con loro, amici fraterni ai quali volevo esprimere il mio affetto, sgridarli - perfino - per non avere preso i dovuti accorgimenti. Alloula per esempio, era stato avvertito che era il primo sulla lista delle persone da abbattere, ma non aveva detto nulla alla moglie e alla madre ed era rimasto a vivere nella sua casa ad Orano. Sentii allora il bisogno di scrivere. Se la casa brucia e tutto prende fuoco e sparisce, e se non posso descrivere il fuoco, posso almeno parlare di coloro che abitavano la casa, un'Algeria che esisteva e non c'è più. Volevo scrivere e dare vita a dei momenti di amicizia condivisa. Ho tentato di raccontare sobriamente la morte dei miei amici. Nel rituale funebre che accompagna la morte individuavo dettagli significativi. Mi chiesi allora perché la scrittura conduce alla morte, in Algeria? Nella storia d'Algeria lo scrittore è stato un capro espiatorio, vittima di un contenzioso politico. La cultura non ha svolto il suo ruolo, è rimasta come imprigionata in una zona intermedia, contesa, sospetta. Ho evocato la tragica morte di una ventina, tra uomini e donne, protagonisti della vita culturale algerina, ho ricostruito fatti, dati, dettagli, eventi, descritto liturgie e sepolture, diverse secondo i clan; e pur parlando di morte è la storia dei vivi che è emersa. Qualcosa non ha funzionato nella nostra storia sin dal momento della lotta per l'indipendenza; qualcosa si è inceppato. Mi sono chiesta, per esempio, quando il ricorso alla tortura è passato dal campo della repressione coloniale a quello dell'Algeria indipendente; quando è stata introiettata la violenza...

"Orano, lingua morta", il primo racconto di "Nel cuore della notte algerina", narra l'assassinio di una coppia di militanti da parte dell'Oas (inizi anni '60 ) e si conclude con il recente assassinio, da parte di alcuni giovani armati, di un professore universitario...

Il primo racconto che ho scritto per questo libro è, veramente, Ritorni senza ritorno. Dopo Bianco d'Algeria, e dopo la morte di mio padre, avevo deciso di non scrivere più sulla morte. Mi era stato chiesto ancora una volta un racconto sull'Algeria, ma non mi risolvevo a scriverlo. Poi, passai qualche giorno a Venezia e qualcosa nelle sue stradine, nei suoi rumori e odori, mi ricordò una medina araba; riemersero dei ricordi; scrissi di getto Ritorni senza ritorno. Tornata a Parigi mi misi al lavoro; ogni persona che veniva d'Algeria, l'ascoltavo febbrile; assorbivo come una spugna, storie dimenticate, destini singolari, ricordi di parenti di persone amiche o conoscenti su eventi del passato. Scrissi dei testi "di ascolto". Volevo ricostruire, attraverso i ricordi, un percorso che raccontasse ancora una volta la violenza e le sue vittime; e anche l'amore, gli affetti, i percorsi tra Francia e Algeria. Nel racconto Il corpo di Félicie, per esempio, ho voluto rendere omaggio a vittime che erano donne ed europee; vittime per le loro idee, per avere amato l'Algeria, per avere scelto di vivervi. Lo straniero è un'immagine fondante nella letteratura maghrebina. Poi vi sono gli altri percorsi, destini di donne in vari modi coinvolte nel dramma odierno dell'Algeria. Ogni volta che finisco un libro dico "non scriverò più sull'Algeria", e poi...

Dopo i suoi primi quattro romanzi (1956-1967) lei era rimasta un decennio senza pubblicare.

Per molti anni non pubblicai nulla, ma continuavo a fare ricerche di storia e sociologia, e a scrivere testi che saranno poi inclusi in Donne d'Algeri nei loro appartamenti (Giunti 1988); girai anche due film per la tv algerina. Ma ero bloccata sulla questione della lingua francese; volevo capire per chi scrivevo, per quale lettore... Oggi tuttavia non mi pongo più il problema della lingua, ma delle lingue; delle mie lingue perdute - e dell'alfabeto perduto (quello berbero) -; mi interessa ciò che avviene nell'inter/lingua (l'entre deux langues) e tra le lingue.... La lingua come perdita dovrebbe essere vissuta dagli scrittori maghrebini come ricerca delle tracce in zone oscure della storia, zone su cui ci spetta di gettare luce.

La Quadrilogia - quello che lei chiama "Le Quatuor" (il Quartetto algerino) - è questa ricerca delle tracce?

In Vaste est la prison, terzo volume del Quartetto algerino - i primi due sono L'Amour, la Fantasia (1985; traduzione italiana L'Amore, la Guerra, Ibis '95) e Ombre sultane (Lattès '86) - ho interrogato la memoria delle donne della mia famiglia materna; ho cercato di ricostruire una genealogia di ricordi e silenzi. Mia zia mi ha raccontato di mia nonna, che parlava berbero; era scesa dalla campagna in città in seguito a una situazione di conflitto familiare; da allora, parlava in berbero soltanto in particolari occasioni. Che nesso hanno con la lingua i rapporti conflittuali? E' allora che mi sono interessata a ciò che avviene "tra le lingue". Partendo dalla cancellazione (effacement) dei sentimenti (all'inizio la protagonista racconta la passione per un uomo a partire dal momento in cui la passione è svanita), interrogo anche la "cancellazione sulla pietra" dell'antico alfabeto berbero e ripercorro il processo storico del suo decriframento. Con questo libro mi sono messa alla ricerca delle sue tracce storiche. L'ho iniziato dopo l'assassinio di Alloula, quando mi sembrò che tutto vacillava e che anche la storia rischiava di essere cancellata. Nel libro sul quale lavoro attualmente, che dovrebbe completare il Quartetto, mi soffermo invece sulla genealogia paterna. Ma anch'essa riconduce a un passato berbero (il mio cognome reale è Imalayen, forse forma berberizzata dalla radice araba melh). Risalendo indietro alle vicende di mio nonno, contadino di un villaggio berbero del Dahra, è ancora una volta dell'"alfabeto perduto" e della storia e cultura berbere che cerco le tracce.




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