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Le lettere traslate
di Patrizia Rodi
Il 1895 fu davvero sorprendente. Per l'intero anno
Sherlock Holmes si trovò a risolvere casi ed enigmi dalle caratteristiche più disparate,
dando prova delle sue eccezionali facoltà deduttive.
I lettori ricorderanno l'avventura occorsa alla signorina Violet Smith, musicista
eccellente e ciclista energica, sottratta ad un drammatico epilogo dall'acume e dalla
prontezza di Holmes; il brillante ispettore Hopkins, che contese tenacemente al mio amico
la cattura del pericoloso assassino responsabile della morte del capitano Carey; lo
spiacevole incidente al collegio di San Luca; poi, verso la fine di novembre, la scomparsa
dei piani del sottomarino Bruce-Partington, una vicenda che ormai appartiene alla storia.
In quello stesso anno un altro caso vide impegnato Holmes; un caso che si dimostrò
insolito fin dall'inizio, non solo per i fatti specifici ad esso relativi, ma anche per la
singolare personalità della signorina Margherita Sevi. La signorina Sevi fece la sua
prima visita in Baker Street alla fine di settembre.
Quella mattina Sherlock Holmes era intento in un esperimento di chimica, ricurvo sul suo
tavolo da lavoro tra provette e composti dall'aspetto ripugnante. Io me ne stavo
tranquillamente seduto vicino alla finestra a leggere il giornale: scartati il resoconto
della cattura notturna di una banda di giovani ladruncoli, e dell'ennesimo tentativo, da
parte della polizia, di localizzare una coppia di falsari del Galles, un articolo di
carattere medico aveva attratto completamente la mia attenzione. Distratto dalla
descrizione delle teorie più recenti nella cura delle monomanie, sviluppate da alcuni
psicologi francesi, non udii, se non con un leggero ritardo, la voce di Holmes.
- Volete essere così gentile da porgermi il barattolo di zolfo? Si trova sul terzo
ripiano: contrassegnato con la lettera S, naturalmente. Se l'esperimento riesce,
tutti i trattati di chimica applicata dovranno essere riscritti, ed io stesso sarò
costretto ad aggiungere un'appendice consistente alla mia monografia sulle reazioni
molecolari... Ah! Grazie, Watson.
- Un lavoro che ho letto con interesse, ma che temo resterà incompleto...
Con uno scatto appena percettibile Sherlock Holmes sollevò la testa e stringendo
delicatamente le due provette che stava studiando si voltò. Non saprei dire con assoluta
precisione se l'espressione di stupore e disappunto che apparve sul suo viso fosse stata
determinata dalle parole udite o, piuttosto, dalla figura che inaspettatamente Holmes si
era trovato di fronte: una giovane donna dai lunghi capelli castani, aggraziata e minuta.
Nella mano sinistra teneva il coperchio del barattolo di zolfo, mentre con la destra
reggeva una voluminosa borsa di cuoio, dall'aspetto decisamente poco femminile.
Holmes strinse le labbra sottili, diede un'occhiata alla donna e sollevò la testa verso
di me con uno sguardo di rimprovero. Da parte mia, comunque, ero sorpreso almeno quanto
lui, sebbene certamente meno contrariato nei confronti di quell'ospite inattesa
dall'aspetto tanto grazioso. Ma, conoscendo Holmes, ero certo che quest'ultimo particolare
non avesse attirato la sua attenzione: non era la prima volta che il mio amico dava prova
della sua assoluta insensibilità verso il fascino femminile.
Prima che potessi dire qualcosa, Holmes, dopo aver chiamato la signora Hudson, era tornato
ad occuparsi della reazione chimica che stava sperimentando: versò una parte di zolfo
nella prima provetta, attese un istante, poi travasò la sostanza così ottenuta nella
seconda provetta, osservandola con attenzione, dopo averla sollevata all'altezza degli
occhi.
- La signora Hudson non c'è - disse la giovane donna. - L'ho incontrata davanti
all'ingresso: stava uscendo. Credo fosse diretta alla bottega all'angolo, probabilmente
per acquistare qualcosa di cui si era ritrovata inaspettatamente sprovvista. Ovviamente si
è offerta di salire ad annunciarmi, ma mi è parso avesse molta fretta, così l'ho
convinta a lasciarmi presentare da sola, rassicurandola che avrei risposto personalmente
per questa mia palese ineducazione. D'altra parte voi, signor Holmes, siete un uomo
decisamente poco conformista, per lasciarvi turbare da una così minuscola infrazione
delle regole formali, benché la mia identità di genere potrebbe costituire una
significativa aggravante.
Il tono che aveva usato era gentile, ma deciso. La signorina mi rivolse uno sguardo
interrogativo, ed io non potei fare a meno di sorridere. Poi mi voltai verso Holmes: ero
curioso di osservare la reazione del mio amico.
Sherlock Holmes posò la provetta, facendo attenzione a non scuoterla. Passò lentamente
il palmo della mano destra sulla parte superiore della fronte, poi sui capelli, fino a
sfiorare la nuca. Inspirò profondamente ed espirò, restando immobile per qualche attimo;
come se avesse potuto osservare il percorso del suo respiro nell'aria, lo accompagnò con
lo sguardo, fino ad incontrare la finestra vicino all'archivio. Quindi girò su se stesso
con un rapido balzo sullo sgabello, disegnando con la mano destra un secco gesto di
disapprovazione.
Adesso lo sguardo acuto di Holmes era fisso sulla giovane donna: le sopracciglia
leggermente sollevate lasciavano intuire una tenue curiosità. Dischiuse appena le labbra,
poi si voltò di scatto allungando il braccio sinistro verso l'estremità del tavolo:
sollevò un cumulo di fogli scarabocchiati e li gettò sul pavimento, poi continuò a
tastare tra gli oggetti sparsi vicino agli strumenti chimici; afferrò una sigaretta e la
portò alle labbra, mentre le dita della mano destra esploravano nervosamente le tasche
del camice da lavoro, poi quelle della giacca, infine quelle del gilet. Accese la
sigaretta e, gettando la testa all'indietro, aspirò una lunga boccata di fumo.
- Scalderò la forma cristallina rombica di questo zolfo ordinario fino alla temperatura
di 95,5 gradi: il reticolo si trasformerà in monoclino e sarà pronto per portare a
termine la reazione, completando la mia monografia - precisò Holmes con leggera stizza. -
Comunque, sì, ve lo concedo: il conformismo non fa parte dei miei pur numerosi vizi -
convenne, lanciandomi un'occhiata severa.
- Immagino che userete del solfuro di carbonio, benché anche alcuni altri solventi
organici, o il benzene, sarebbero adatti alla soluzione... - domandò con tono retorico la
giovane donna.
- Esattamente - rispose Holmes. - Avrei anche potuto ottenerlo in dispersione colloidale,
per decomposizione con acidi dei tiosolfati alcalini, ma...
- ...Ma con un simile procedimento avreste rischiato una pericolosa interferenza, prima di
arrivare alla reazione desiderata - concluse la donna, accennando appena un sorriso.
Questa volta Sherlock Holmes non riuscì a trattenere lo stupore: fissò intensamente la
donna che gli stava di fronte, concentrandosi sul viso; poi spostò lo sguardo sulla borsa
di cuoio che la nostra ospite ancora stringeva, incurante del suo evidente peso; infine
diresse la propria attenzione sulla mano sinistra della donna e con un gesto rapido tese
la propria, allo scopo di farsi consegnare l'oggetto che stava reggendo.
Posò il coperchio del barattolo di zolfo sul tavolo e, stringendo gli occhi, portò
l'indice della mano destra al volto, fino a sfiorare le labbra; scosse leggermente la
testa, poi, scoprendo appena i denti superiori, si protese verso l'ospite. Restò in
silenzio per qualche istante. Quindi, con un tono che sembrava indirizzato piuttosto a se
stesso, Holmes si rivolse alla giovane donna.
- Che la vostra professione non sia nel campo della chimica è evidente - disse.
A questa affermazione la donna sollevò entrambe le mani, tenendole con le palme
leggermente inclinate, rivolte verso il basso, le osservò e sorrise, ammiccando
leggermente. Holmes, che la stava scrutando con attenzione, annuì rapidamente, con una
sottile aria di stupita soddisfazione.
- E tuttavia la bontà delle osservazioni che avete rivolto dimostra che le vostre letture
sono profonde ed i vostri interessi piuttosto vasti - continuò il mio amico. - Il vostro
lavoro ha certo a che fare con la ricerca, ma non in un campo specifico. Scrivete molto, a
volte di notte. Provenite da un paese straniero, certamente di lingua latina. Avete un
temperamento volitivo, una buona dose di fantasia, ed anche una discreta forza fisica, a
giudicare dal peso della borsa che state reggendo - lo sguardo di Holmes era corso alla
borsa in cuoio, per tornare velocemente al viso della donna, - e che io, dimostrando una
scarsissima sensibilità, non vi ho invitata ad appoggiare.
Sherlock Holmes si alzò di scatto dallo sgabello, afferrò gentilmente la borsa della
signorina e la sistemò su un tavolino in legno scuro appoggiato ad una delle pareti;
quindi l'accompagnò verso il caminetto e la invitò a sedersi su una delle due poltrone.
- Venite Watson - mi disse Holmes, indicandomi il divano. - Non vorrete restarvene lì in
piedi?
Presi il mio taccuino d'appunti e mi accomodai sul divano. Notai che lo sguardo del mio
amico si era fatto più brillante e ne dedussi che anche lui, al pari di me, era
incuriosito dalla nostra gentile ospite.
Holmes si avvicinò alla mensola del camino, scelse con cura una pipa, tra le numerose che
vi erano riposte, estrasse una manciata di tabacco dalla pantofola persiana appesa ad una
estremità della mensola, afferrò un fiammifero e si accomodò sulla poltrona di fronte
alla donna. Accese la pipa, gettò il fiammifero tra la cenere del camino e tornò ad
osservare la nostra ospite, attraverso una nuvola di fumo azzurrognolo.
- E' inutile che confermi l'assoluta esattezza delle deduzioni che avete elaborato su di
me, né mi dilungherò nell'esprimere la profonda ammirazione che nutro nei vostri
confronti, poiché l'avrete già intuita da un'infinità di dettagli precisi - disse la
donna in tono cordiale, ma senza sorridere. - Mi chiamo Margherita Sevi: sono italiana e
non lavoro nel campo della chimica. Scrivo molto, è vero: infatti sono una giornalista.
Il mio stupore, nell'udire quest'affermazione, fu evidentemente così palese, che la
signorina sorrise divertita.
- Capisco questa reazione - aggiunse.
- E' evidente che la professione della signorina sia quella che ha appena dichiarato -
disse Holmes, prima che lei potesse continuare. - Ovviamente, data la sua... identità
di genere questo potrebbe risultare improbabile, ma certamente non impossibile. E'
dunque plausibile che la signorina Sevi scriva per un giornale italiano firmando i suoi
articoli con uno pseudonimo maschile.
- Esatto - confermò la signorina, rivolgendosi ad Holmes con un sorriso. - E siete stato
proprio voi, signor Holmes, a suggerirmi questo stratagemma, seppure indirettamente,
attraverso gli ottimi resoconti redatti dal dottor Watson.
In risposta al mio sguardo interrogativo, Holmes si affrettò a precisare: - Sigerson:
l'esploratore norvegese. Ricordate?
- Certamente - risposi, battendomi una mano sul ginocchio. - Nella cronaca dei fatti
relativi alla vostra straordinaria ricomparsa, dopo la drammatica avventura alle cascate
di Reichenbach.
- Confessate, Watson - domandò Holmes con un tono leggermente ironico, - che non avreste
mai sospettato che i vostri resoconti potessero fornire suggerimenti tanto preziosi.
Sorrisi soddisfatto, stringendo con un po' di orgoglio il mio taccuino, ripensando a
quelle occasioni in cui il mio amico aveva avuto da ridire sulle mie pur modestissime
narrazioni. Holmes, intanto, si era rivolto alla nostra gentile ospite.
- Ed ora ditemi, signorina Sevi, in che modo posso esservi utile? - chiese, inclinando il
capo per sollecitare la risposta.
- Sono qui per esporvi i particolari di un evento accadutomi nella giornata di ieri, e che
io non esito a definire estremamente singolare, benché apparentemente privo di
significato. Ma, conoscendo la vostra predilezione per tutto quanto è bizzarro, ho
creduto opportuno rivolgermi a voi. Una volta a conoscenza dei fatti, giudicherete se le
circostanze che vi avrò descritte siano tali da meritare la vostra considerazione.
- Ieri pomeriggio - continuò la signorina Sevi, - presumibilmente tra le tre e le cinque
e mezzo, mentre mi trovavo al British Museum per una ricerca, qualcuno si è introdotto in
casa mia.
- Se si tratta di un furto - suggerii, anticipando Holmes, che, temevo, avrebbe presto
iniziato a mostrare segni di irritazione, - dovreste rivolgervi alla polizia. L'ispettore
Connelly, in servizio a Scotland Yard da qualche mese, sarà lietissimo di aiutarvi.
- Ma non si tratta di un furto, dottor Watson - replicò la signorina leggermente
risentita. - Non avrei disturbato il signor Holmes per una faccenda tanto banale -
spiegò.
Holmes, il cui sguardo aveva preso a vagare sugli oggetti della stanza, riacquistò
improvvisamente interesse. Strinse tra i denti la pipa ed accostò le mani davanti al
viso, premendo leggermente i polpastrelli delle lunghe dita affusolate.
- Come stavo dicendo - riprese la nostra ospite, - ho fondati sospetti per ritenere che
qualcuno abbia visitato il mio appartamento durante la mia assenza, rivolgendo la sua
attenzione alla cucina, nonostante né le porte, né le finestre presentino segni evidenti
di scasso.
Sherlock Holmes estrasse la pipa dalle labbra e, stringendo energicamente il fornello con
la mano sinistra, fece un piccolo balzo in avanti.
- Su quali elementi fondate i vostri sospetti? - domandò, protendendosi verso la giovane
donna che gli stava di fronte.
- Vedete, signor Holmes - rispose la signorina, - ieri mattina mi sono recata al Golden
Lion, il più grande dei tre negozi che il signor Twinings, il celebre commerciante di
tè, ha aperto a Londra. Acquisto sempre lì il mio tè, e poiché amo sperimentare aromi
nuovi, ogni volta mi lascio consigliare dalla gentile negoziante, che ha sempre qualche
fragranza insolita da propormi. Quella che mi ha suggerito ieri era una composizione di
tè pregiati miscelati, mi è stato spiegato, con chiodi di garofano e bucce d'arancia,
per ottenere un aroma dal gusto esotico. Decisi di provarla, e poiché si trattava di una
miscela nuovissima, ed il garzone che avrebbe dovuto sistemare il tè nello scaffale
apposito non era ancora arrivato, la signora dovette recarsi nel retrobottega per
prelevarne una confezione per me. Penso che il tè non si trovasse nel posto in cui viene
tenuto di solito, perché la signora impiegò parecchi minuti, prima di ritornare nel
negozio. Mentre attendevo, cominciai a pensare che sarebbe stato interessante scrivere un
articolo sulla bevanda cinese, e sul maggiore commerciante di Londra e forse
dell'intero Regno Unito.
La giovane donna smise di parlare, e si sporse appena in avanti, guardando il mio amico,
che era rimasto immobile sulla poltrona, con gli occhi socchiusi e la pipa tra le labbra.
Holmes aprì gli occhi ed annuì, come per rassicurare la sua interlocutrice della propria
attenzione. Con un ampio gesto della mano la invitò a proseguire.
- Quando la signora mi porse la confezione di tè, la rigirai tra le mani, osservandola
per qualche attimo con estrema attenzione. Il Golden Lion, come forse voi saprete,
da qualche tempo offre ai suoi clienti alcune miscele già preparate in un'elegante
confezione con tanto di etichetta raffigurante il leone simbolo della casa, la
denominazione del gusto del tè, e la marca TWININGS. Prendendo spunto dalla
confezione, ottenni dalla signora alcune interessanti informazioni, utili per il mio
articolo. Tra le altre cose, mi spiegò che le etichette vengono realizzate da un
tipografo, amico del garzone del negozio di tè. Anzi - precisò la signora - quella delle
etichette è stata proprio un'idea del garzone, un giovanotto sulla trentina, dai modi un
po' spicci ma garbati.
La signorina Sevi si interruppe nuovamente, guardando Holmes con apprensione.
- Spero vorrete perdonare l'eccessiva verbosità del mio racconto - si affrettò a
precisare la signorina, - ma, conoscendo i vostri metodi, descritti così bene dal vostro
collega dottor Watson, preferirei non omettere alcun particolare, lasciando poi a voi la
decisione circa l'eventuale rilevanza.
Holmes voltò appena lo sguardo verso di me, allo scopo di osservare l'evidente
soddisfazione suscitata dalle generose parole della signorina Sevi a proposito dei miei
racconti. Poi, con un leggero cenno di assenso, esortò gentilmente la nostra ospite ad
andare avanti.
- Dopo aver ringraziato la negoziante per la sua disponibilità, mi diressi a casa, riposi
la confezione di tè nella credenza, pranzai velocemente e, dopo aver ordinato alcune
carte, uscii per recarmi al British Museum, dove trascorsi l'intero pomeriggio. Rientrai
verso le sei, e, dovendo sbrigare ancora del lavoro, decisi di concedermi una pausa per
sorseggiare una tazza di tè. Appoggiai la borsa sulla scrivania del salotto e andai in
cucina, ansiosa di provare la nuova miscela: preso il pacchetto dalla credenza, dopo aver
spostato il barattolo con lo zucchero e quello con il caffè, stavo per aprirlo, quando mi
resi conto che non si trattava della stessa confezione che avevo acquistato la mattina.
- Una miscela differente? - domandai.
- No, dottor Watson - replicò la signorina. - La miscela era la stessa, denominata spiced,
ma la confezione non era quella che avevo riposto nella borsa ieri mattina, dopo
l'acquisto. Evidentemente qualcuno si era introdotto in casa e l'aveva sostituita durante
il pomeriggio.
- Come potete esserne così certa? - chiese Holmes, con lo sguardo di chi si attendesse
una rivelazione importante.
- Perché vedete, signor Holmes, anch'io, sebbene non in misura straordinaria quanto voi,
sono una discreta osservatrice - rispose la signorina sorridendo.
Il mio amico deve avere sinceramente apprezzato quel complimento, poiché notai che le sue
guance pallide e scarne si colorarono leggermente. Si era sporto sul bordo della poltrona,
proteso verso la sua interlocutrice, in attesa del resto del racconto.
- Appena la signora del Golden Lion mi porse la confezione di tè, notai che
l'etichetta aveva qualcosa di strano. All'inizio non riuscivo a capire di cosa si
trattasse; poi, osservandola meglio, mi resi conto che entrambe le N di TWININGS
erano state stampate al contrario, e si presentavano come in negativo. Così, vedete? - La
signorina Sevi tracciò su un foglio di carta una |/| e lo porse ad Holmes. - Pensai ad
una distrazione del tipografo, ma non lo feci notare alla signora. Non ci pensai più.
Poi, quando ripresi in mano la confezione, ieri pomeriggio, il mio sguardo corse
immediatamente all'etichetta e, con non poco stupore, constatai che le N della marca si
leggevano correttamente.
Anticipando la richiesta di Holmes, la signorina Sevi si alzò dalla poltrona, si diresse
al tavolino sul quale era posata la sua borsa, la aprì e ne estrasse un pacchetto dalla
forma leggermente cilindrica, confezionato con carta ruvida di colore giallo scuro. Tornò
a sedersi, porgendo il pacchetto al mio amico, che lo soppesò, calcolandone ad occhio le
dimensioni. Poi lesse l'etichetta, premendo l'unghia del dito medio attorno al bordo
dorato: la confezione era stretta all'estremità superiore da un nastrino dorato, che
richiamava il contorno dell'etichetta ovale ed il leone raffigurato sopra; il suo peso
sarà stato all'incirca di sette once.
- Tranne le N dell'etichetta, le due confezioni vi sono parse assolutamente identiche? -
chiese Holmes. - Pensateci bene - insistette. - Le dimensioni, il peso... - suggerì.
- Lo escludo: eccetto quel particolare, erano perfettamente uguali - assicurò con
decisione la signorina Sevi.
- Avevate trascorso la notte precedente a quella scorsa a scrivere?- domandò Holmes,
restituendo il pacchetto di tè alla signorina.
- Una buona parte - rispose la signorina: - dovevo terminare un articolo: mi sono ritirata
intorno alle quattro del mattino.
- E' dunque lecito ipotizzare che la vostra vista, la mattina successiva, fosse
notevolmente affaticata - osservò il mio amico. - Non è possibile supporre, allora, che
quella N traslata sia stata frutto di una semplice svista, da parte vostra? - chiese con
gentilezza.
- No, signor Holmes - replicò la signorina. - La vostra supposizione è certamente
ragionevole, ma io sono abituata a trascorrere ore intere a correggere i miei articoli,
prima di inviarli al giornale: la mia vista non cede con facilità. Sono assolutamente
sicura di quanto vi ho detto.
- Bene - disse Holmes. - Se è così, ho bisogno di qualche altro particolare. Me lo
esporrete per strada: se non avete nulla in contrario, vorrei dare un'occhiata al vostro
appartamento.
Senza attendere l'assenso della signorina Sevi, Sherlock Holmes afferrò il cappello ed il
bastone, porse alla nostra ospite la sua borsa di cuoio e la seguì fuori dalla stanza.
- Muovetevi, Watson! - mi urlò dalle scale.
Scendendo, notai che la signora Hudson era rientrata. Ebbi appena il tempo di accennarle
un saluto, prima che Holmes mi afferrasse per un braccio, indicandomi la carrozza che
stava aspettando.
Dopo aver ricevuto assicurazione dalla signorina Sevi che soltanto il minimo
indispensabile era stato spostato, nel suo appartamento, dalla sera precedente, Sherlock
Holmes le chiese di ricostruire minuziosamente il percorso che aveva seguito per tornare
dal negozio di tè a casa, sforzandosi di rammentare se qualcosa di insolito avesse
attirato la sua attenzione.
- Dubito che possiate essere stata seguita - affermò, portando l'indice a sfiorare le
labbra: - il misterioso visitatore è probabilmente arrivato dopo, ha atteso che voi
usciste ed è penetrato in casa - concluse.
- Siete certa che non ci siano tracce di forzatura, alle porte o alle finestre? -
domandò.
- Non visibili ad occhio nudo. E certamente non da un'osservatrice inesperta come me, su
questo argomento - sorrise la signorina, mentre la nostra carrozza si lasciava alle spalle
Grosvenor Square.
- Deve trattarsi di un vero professionista - suggerì il mio amico. - E così abile, che
non ha ritenuto opportuno rovesciare qualche cassetto o sottrarre qualcosa, per simulare
una vera rapina.
- O non ne ha avuto il tempo - ipotizzai. - Forse è stato disturbato.
- Impossibile! - replicò Holmes seccamente. - Dalla descrizione della signorina, sappiamo
che per accedere in cucina si deve attraversare il salotto. Ora: se il visitatore fosse
stato interrotto mentre si trovava lì, non avrebbe avuto la possibilità di sostituire il
pacchetto; se l'eventuale allarme si fosse verificato dopo, non si sarebbe curato di
risistemare il barattolo con lo zucchero e quello con il caffè.
In risposta al mio sguardo perplesso, Holmes completò la spiegazione ricordando che la
signorina Sevi aveva specificato come, prima di poter prendere la confezione di tè,
avesse dovuto spostare quei due barattoli.
- Se i barattoli si fossero trovati in una posizione inconsueta, sono certo che un'attenta
osservatrice quale la signorina si è dimostrata, non avrebbe mancato di notarlo -
concluse, e si voltò in direzione di un gruppetto di monelli che correvano, ridendo,
davanti ad un'anziano signore che li inseguiva brandendo in aria il bastone.
Per circa dieci minuti restammo tutti e tre in silenzio. Quando la carrozza giunse a
Knightsbridge, per fermarsi davanti alla casa della signorina Sevi, in Basil Street, quasi
all'angolo con Pavilion Road, l'orologio di una chiesa vicina annunciava le dodici e
trenta. Mentre invitavo la signorina a scendere dalla carrozza, Sherlock Holmes, dopo aver
analizzato il cancello che si apriva sul giardino, il prato ed il sentiero ghiaioso, si
era diretto lungo uno dei muri laterali per controllare le finestre. Scrutò gli infissi e
le vetrate con la sua lente d'ingrandimento, provò a sollevarli e ci raggiunse
all'ingresso. S'inginocchiò per esaminare la serratura della porta e ci invitò ad
osservare la toppa, tenendovi la lente davanti.
- La serratura è stata forzata . Vedete quei graffietti? - chiese con tono soddisfatto: -
è stato usato un grimaldello particolare, dalla punta sottilissima: i segni che ha
prodotto sono quasi invisibili.
Entrammo in casa. Holmes chiese alla signorina Sevi di indicargli la direzione per
raggiungere la cucina e vi si diresse con estrema cautela, chinandosi in alcuni punti, per
osservare il tappeto ed il pavimento. Giunto in cucina, mentre la signorina ed io lo
seguivamo a distanza, restò per qualche attimo a fissare la credenza in legno scuro, poi
si piegò sulle ginocchia e cominciò ad osservare il bordo del ripiano: vi passò
lentamente le dita e ci fece cenno di avvicinarci.
- Si è fermato in questo punto, appoggiandosi contro il mobile - indicò. - Il
grimaldello, che deve aver riposto nella tasca sinistra, ha forato la stoffa incidendo
leggermente il legno.
Dopo aver raccolto qualcosa dalla maniglia del primo cassetto, si rialzò ed aprì la
credenza; spostò i due barattoli osservando lo spazio vuoto che doveva essere stato
occupato dal pacchetto di tè.
- Posso tenerla? - chiese, indicando la confezione che la signorina aveva appoggiato sul
mobile - Sarà mia cura procurarvene un'altra - aggiunse.
- Non preoccupatevi, signor Holmes: se davvero ritenete che questa piccola stranezza abbia
un significato, sarà sufficiente che lo sveliate, ed io mi sentirò soddisfatta - rispose
la signorina Sevi.
- Farò il possibile - promise Holmes, dirigendosi verso l'ingresso.
- Se aveste bisogno di ulteriori informazioni non esitate a farmelo sapere - suggerì la
signorina, aprendoci la porta.
- Non dubitate - assicurò Holmes, congedandosi. - Arrivederci.
- Ma andiamo, Holmes - protestai, - non mi direte che avete davvero intenzione di
interessarvi di questa... faccenda? Una confezione di tè sostituita con un'altra
identica: non può che trattarsi di uno scherzo! - esclamai.
- Uno scherzo - ripetè Holmes asciutto. - Voi dite, Watson? - borbottò, senza aspettare
risposta, rigirando il pacchetto di tè tra le mani.
Per tutto il tragitto stette in silenzio, con lo sguardo apparentemente assente, che
assumeva ogni qualvolta si trovava di fronte ad una situazione particolarmente insolita.
Osservandolo, mi domandai se stesse formulando delle ipotesi, sforzandomi di fare
altrettanto, ma senza il minimo successo. In verità continuavo a pensare che ci fosse ben
poco su cui ragionare.
Tornammo in Baker Street in tempo per la colazione: la signora Hudson ci servì
dell'ottimo roast-beef con verdure di stagione, che il mio amico, tuttavia, assaggiò
appena.
- A proposito, Holmes - dissi, mentre la nostra padrona di casa stava portando il caffè,
- volete essere così gentile da soddisfare la mia curiosità a proposito...
- A proposito delle mie deduzioni sulla signorina Sevi - proseguì lui, come se mi avesse
letto nella mente.
- Esatto - convenni, con un senso di sbalordimento che, per la mia lunga frequentazione
con Holmes, avevo imparato a tenere a bada. - Perbacco! - non mi trattenni, tuttavia,
dall'esclamare.
- Non stupitevi, mio buon amico - sorrise Holmes: - ho notato che avete osservato la
signorina per tutto il tempo che è rimasta in nostra compagnia. Senza dubbio stavate
cercando quegli indizi che, ne eravate certo, mi hanno fornito la prova per le mie
asserzioni. E credo anche che ne abbiate rinvenuto qualcuno.
- In effetti - accennai io, un po' timidamente, - ritengo che l'assenza di segni lasciati
da sostanze chimiche, sulle mani della signorina, vi abbia detto che la sua professione
non si svolge in quella direzione - spiegai, cercando di essere il più convincente
possibile.
- Eccellente Watson! - esclamò il mio amico, invitandomi con la mano a proseguire.
- E quel piccolo arrossamento, quasi all'estremità del dito medio della mano destra -
continuai, questa volta con decisione, - quello che viene comunemente chiamato 'callo
dello scrittore', ci dice che la signorina usa molto la penna.
- Magnifico, magnifico! - Holmes battè le mani. - E il fatto che quel piccolo callo, come
l'avete chiamato, fosse ancora arrossato... - iniziò il mio amico, lasciando a me la
conclusione.
- Significa che non potevano essere trascorse molte ore dall'ultima volta che aveva
scritto - dissi io: - e dunque ecco la prova che a volte scrive durante la notte.
- Watson - disse Holmes, con tutta la serietà di cui era capace, - voi avete sempre la
capacità di sbalordirmi!
Non sapevo se sentirmi lusingato, per quello che poteva essere un complimento, ma che, per
la mia profonda conoscenza di Holmes, poteva anche rivelare un significato più sottile.
Comunque non me ne curai troppo: c'erano ancora dei particolari che non riuscivo a
spiegarmi, e su questi ero curioso di interrogare il mio amico.
- Grazie, Holmes - risposi quasi meccanicamente, - ma, e vi prego di non giudicarmi un
asino per questo, come avete dedotto la nazionalità della signorina? - domandai: - il suo
inglese mi è sembrato praticamente perfetto.
- Esatto, Watson - rispose Holmes, socchiudendo gli occhi: - perfetto - ripetè. -
Perfetto come quando si usa uno strumento che ci è stato prestato e che si ha paura di
rovinare.
- Ora che mi ci fate pensare, Holmes - dissi, battendomi una mano sul ginocchio, - la
signorina Sevi non ha mai usato espressioni realmente colloquiali, e quasi neanche
contrazioni.
Il mio amico accennò un leggero inchino con la testa. - Senza contare la 'z' di 'benzene'
- aggiunse poi, lasciandomi attonito per qualche istante. - Quella 'z' è stata
pronunciata con un suono duro e spigoloso - spiegò, - che per gli anglosassoni è quasi
impossibile da riprodurre.
- Ma non per chi provenga da un paese latino. L'Italia, in particolare - conclusi io,
poiché, come sempre, ora che il mio amico mi aveva fornito tutta la spiegazione, non
riuscivo a capacitarmi di non esserci arrivato da solo.
- In quanto al resto - riprese Holmes, prevenendo i miei successivi quesiti, - dal modo in
cui la signorina si è presentata da noi, dalla sicurezza con cui ha esposto il suo punto
di vista sulla mia monografia, e - a questo punto il mio amico accennò un sorriso,
lasciando svolazzare a mezz'aria le dita della mano destra - dall'abbigliamento, elegante
ma non pedestremente alla moda, è stato semplice dedurre un temperamento volitivo ed una
certa fantasia.
- Straordinario! - non potei evitare di esclamare. E avrei probabilmente continuato a
complimentarmi, se il mio amico, subito dopo aver terminato con le spiegazioni sulla
signorina Sevi, non si fosse allontanato dal tavolo da pranzo con la chiara, almeno per
me, intenzione di non prestare più attenzione a nulla, se non al corso dei suoi pensieri
sul nuovo 'caso' che aveva fra le mani.
Infatti si sistemò sulla poltrona, con le gambe incrociate, assorto nella contemplazione
del pacchetto di tè, miscela spiced, che aveva sistemato su un bracciolo. Restò
in quella posizione per oltre mezz'ora, con gli occhi socchiusi e la pipa tra le labbra.
- Andiamo, Watson! - esclamò all'improvviso balzando in piedi.
- Dove, se è lecito? - domandai.
- A far compere - rispose, mentre riempiva il portasigarette. - Avete mai provato il tè
verde non fermentato? E' uno dei tè storici della Cina, la cui caratteristica
foglia ricurva ricorda la polvere da sparo: l'ideale per un ex-militare come voi. Non sono
certo che in città si trovi facilmente, ma è probabile che in un negozio molto
specializzato...
- Come il Golden Lion? - suggerii un po' stupito, poiché non avevo mai sospettato
che il mio amico possedesse conoscenze tanto approfondite, su un simile argomento.
- Appresi parecchie nozioni sui diversi tipi di tè - spiegò Holmes, come se avesse letto
nella mia mente - in un caso che risale agli anni precedenti alla nostra collaborazione.
Osservando la particolare forma delle foglie, fui in grado di dimostrare che la
responsabile di una serie di delitti avvenuti all'interno di una nobile famiglia del nord,
era la governante della famiglia stessa, e non il giovane nipote, come la polizia aveva
erroneamente concluso. Ah, Watson - disse, alzando gli occhi al cielo, - un giorno o
l'altro scriverò qualcosa sugli errori giudiziari commessi da Scotland Yard.
Giunti al negozio, Holmes si mise ad osservare le confezioni esposte negli scaffali,
leggendo con attenzione le etichette che descrivevano le differenti miscele. Dietro il
banco, la negoziante stava consigliando ad un distinto signore una miscela di prima
fioritura al gusto di noci e miele, la migliore - dichiarò - dei tè da pomeriggio. Il
garzone era intento a sistemare alcuni prodotti su una mensola; era un giovane sui
trent'anni, di statura media, un po' stempiato, magro ma muscoloso.
- Signori - chiese la negoziante in tono cordiale - in cosa posso servirvi?
- Vedo che il Golden Lion è all'altezza della sua fama - disse Holmes indicando
gli scaffali . - Penso che qui troverò quello che cerco. Si tratta di una miscela un po'
particolare: un tè verde dalla foglia ricurva, chiamato, se ricordo bene, gunpowder.
- Voi siete un vero intenditore - disse la donna sorridendo. - Il gunpowder è una
miscela storica. Non è molto richiesta, a dire il vero - spiegò, prelevando da uno dei
contenitori in legno, disposti in fila alle sue spalle, qualche oncia della miscela
richiesta dal mio amico: pesò il mucchietto di minuscole foglie verdi e lo versò su un
foglio di carta marrone. Sollevò due lati opposti del foglio, tenendo serrate le
estremità esterne e, con rapidi scatti delle mani, arrotolò insieme i bordi della carta,
dando loro la forma di un arco. Conclusa l'operazione, appoggiò l'involucro sul banco, di
fronte ad Holmes.
- Magnifica confezione! - esclamò Holmes afferrando un pacchetto da uno scaffale. -
Davvero particolare - commentò, passando le dita sull'etichetta, simile a quella che
aveva spinto la signorina Sevi ad interpellare Holmes, ma con le N di TWININGS
scritte correttamente.
- Voi non siete il primo ad apprezzarla - rilevò la signora con orgoglio. - L'etichetta,
in particolare - aggiunse. - Pensate che un po' di tempo fa lady Agatha Stanhope, una
nobildonna che da anni ci onora della sua fiducia, ha voluto sapere il nome e l'indirizzo
del tipografo che le realizza, per commissionargli i biglietti d'invito per un ricevimento
che voleva dare.
- Un'idea brillante - ammise Holmes. - Queste etichette dimostrano un'abilità notevole -
disse sollevando il pacchetto in modo che l'etichetta venisse illuminata dalla luce
esterna. - Vi sarei grato se voleste indicare anche a me l'indirizzo di questo valente
artigiano. Presto cambierò casa e avrò bisogno di nuovi biglietti da visita: sarei
dunque lieto di avvalermi della sua opera.
- Si chiama Russel Lynn; troverete la sua bottega al 23 di Wellington Street, nello Strand
- indicò la signora. - Che ne dici, Charlie? Diventerà famoso, il tuo amico Russel -
rise, rivolgendosi al garzone. - E' stato lui - spiegò - a segnalarmelo.
- Bene - disse Holmes. - Credo che diventerò un vostro cliente, anche se il mio lavoro
non mi concede spesso il tempo per uscire a fare acquisti.
- Di questo non dovete preoccuparvi - lo rassicurò la gentile negoziante: - il Golden
Lion cerca di soddisfare tutte le esigenze del cliente: tranne il mercoledì mattina,
saremo lieti di consegnarvi a domicilio i prodotti di cui avrete bisogno.
- Lo terrò a mente - annuì Holmes. - Perdonate la mia curiosità - aggiunse. - Perché
tranne il mercoledì mattina?
- Perché quel giorno Charlie, che si occupa delle consegne, arriva in negozio un po' più
tardi: la sera del martedì, quando puntualmente il tipografo ci invia le nuove etichette,
Charlie è impegnato fin dopo l'ora della chiusura ad applicarle alle confezioni; così,
la mattina successiva, gli permetto di arrivare al lavoro con qualche ora di ritardo.
Ringraziando, Holmes prese il pacchetto di tè ed estrasse dalla tasca un biglietto da
cinque sterline; ma, dopo aver posato il biglietto sul banco, si voltò verso lo scaffale
opposto, pregando la negoziante di illustrargli le caratteristiche di alcune miscele lì
esposte. Mentre la donna si avvicinava allo scaffale, Holmes, con un gesto tanto ampio che
la coda del suo cappotto svolazzò a mezz'aria, mi invitò a seguirlo. Indicò alla
signora alcune confezioni, ascoltando con attenzione la descrizione delle caratteristiche
delle foglie, del gusto, delle modalità migliori di degustazione.
Quando ci riavvicinammo al banco Holmes notò che la banconota era sparita. Con una
reazione che, a dire il vero, mi parve un poco esagerata, il mio amico, denunciata la
sparizione alla negoziante, accusò il garzone come unico possibile responsabile,
costringendolo a vuotarsi le tasche dove era certo avesse nascosto le cinque sterline.
Ogni protesta del ragazzo fu inutile: furente, sotto gli occhi esterrefatti della sua
padrona, cominciò ad estrarre gli oggetti che aveva nelle tasche, rivoltando, alla fine,
anche queste. Della banconota non v'era traccia. Sherlock Holmes restò per qualche attimo
ad osservare le fodere delle tasche del garzone, che penzolavano fuori dai pantaloni; fece
un piccolo passo indietro e, abbassando lo sguardo, si accorse che il denaro si trovava
sul pavimento. Fissando prima la signora, quindi il ragazzo, con espressione allibita
iniziò a profondersi in scuse umilissime. Dichiarandosi costernato per l'accaduto, pagò
il tè e volle offrire al garzone il resto delle cinque sterline come indennizzo per le
ingiuste accuse che gli aveva rivolto. Scusandosi ancora, augurò ad entrambi la buona
giornata ed uscì.
Senza dire una parola, arrivammo all'angolo della strada. Holmes fermò una carrozza;
dall'indirizzo che diede al vetturino, capii che eravamo diretti alla bottega del
tipografo Russel Lynn. Holmes, seduto al mio fianco, se ne stava immobile, con le palpebre
abbassate, il pacchetto di tè stretto tra le lunghe dita affusolate: ne dedussi che fosse
ancora scosso per lo spiacevole episodio, che lo aveva visto accusare ingiustamente un
innocente. Restai in silenzio ad osservarlo; era la prima volta, in tutti gli anni della
nostra conoscenza, che Holmes commetteva un simile errore.
- So cosa state pensando, Watson - disse all'improvviso, sollevando appena le palpebre. -
Soltanto poco fa criticavo con sdegno gli errori giudiziari commessi dalla nostra
polizia...
- Non prendetevela - lo esortai. - In fondo tutto si è concluso nel migliore dei modi.
Holmes annuì, fissandomi con sguardo austero, e subito dopo scoppiò in una fragorosa
risata.
- Mio caro amico - mi disse, - voi vi ostinate a trarre conclusioni, senza aver applicato
a ciò che osservate, il ragionamento logico. Non era mia intenzione offendervi -
aggiunse, in risposta alla mia espressione un po' seccata. - E d'altronde non è possibile
biasimarvi: l'analisi e la deduzione, così come la logica, sono scienze rare.
- D'accordo, Holmes - dissi con una certa freddezza. - Ma volete spiegarmi cosa diavolo
c'entrano la logica e la deduzione con quanto è accaduto poco fa al negozio di tè?
- E' accaduto - rispose Holmes, tornando serio - che ho ottenuto la prova che il
misterioso visitatore della signorina Sevi ed il garzone del Golden Lion sono la
stessa persona. Vedete, Watson, quello che avete frettolosamente considerato un
incauto errore di valutazione da parte mia, altro non era che uno stratagemma per
verificare lo stato della fodera della tasca sinistra del ragazzo; volutamente, ho
sistemato il denaro sul banco in maniera che lo spostamento d'aria provocato dalla coda
del mio cappotto fosse sufficiente a farlo cadere: quando mi sono riavvicinato, ho tenuto
celata la banconota sotto la mia scarpa, ed ho iniziato la mia piccola scenetta,
costringendo il garzone a rivoltare le tasche. Come avrete notato, l'estremità della
fodera sinistra era leggermente forata, e da quel piccolo buco pendevano alcuni fili di
stoffa. La stessa stoffa di cui ho rinvenuto un frammento sulla maniglia del primo
cassetto della credenza, a casa della signorina Sevi.
Holmes estrasse dal taschino il frammento di stoffa e me lo porse.
- I pantaloni indossati dal garzone - continuò - erano nuovi, o comunque ben tenuti: è
dunque lecito pensare che quel foro fosse recente, tanto che il ragazzo non aveva avuto il
tempo di farlo rammendare.
- Ma - obiettai - come avevate indovinato che si trattava proprio del garzone?
- Watson - replicò Holmes, aggrottando le sopracciglia, - voi mi deludete: ormai dovreste
sapere che io non indovino. Dopo aver dedotto, dal racconto della signorina Sevi, che non
poteva essere stata seguita mentre tornava a casa, e sapendo che è una cliente fissa del Golden
Lion, non è stato difficile trarre le conclusioni esatte: chi aveva scambiato i
pacchetti doveva conoscere il suo indirizzo oltre, ovviamente, a sapere che era stata
proprio lei ad acquistare quella particolare confezione. Le uniche due persone in possesso
di queste informazioni erano la negoziante ed il garzone. Ora, se si fosse trattato della
signora, sarebbe stata certamente più cauta, nel fornire informazioni; esclusa lei, non
restava che il garzone. E i fatti hanno dimostrato l'esattezza delle mie deduzioni.
- Ma come potevate essere così certo che la signorina non fosse stata seguita? -
domandai, più per puntiglio, probabilmente, che per reale scetticismo verso le
affermazioni del mio amico.
- Diciamo che ho ritenuto che quella fosse la possibilità più realistica - rispose
Holmes: - la signorina Sevi si è dimostrata una persona piuttosto attenta, e dunque non
è difficile supporre che, se qualcuno l'avesse seguita, non avrebbe mancato di notarlo...
- Forse - dissi io, - ma sapete benissimo che Londra è piena di veri maestri del
pedinamento. Non avrete basato la vostra certezza solo su questo?
- No, naturalmente - Holmes acconsentì, accompagnandosi con un gesto della mano. - E
sebbene sia convinto che la signorina si sarebbe accorta di qualcuno che l'avesse seguita
lungo un percorso così... lineare...
- E' vero, Holmes - lo interruppi. - La strada che la signorina ha seguito per fare
ritorno a casa, dal Golden Lion, è praticamente priva di svolte brusche, o di
costruzioni, o altro, per mezzo dei quali nascondersi repentinamente.
- Esatto - convenne il mio amico. - Inoltre, dal racconto della signorina, sappiamo che,
al momento dell'acquisto, oltre a lei, nel negozio, non c'erano altri acquirenti.
- Ma ci sarebbe potuto essere qualcuno fuori dalla bottega - azzardai, - ad osservare ciò
che accadeva all'interno attraverso la vetrina.
- Distinguendo i particolari minuti di un'etichetta così piccola attraverso quella spessa
vetrata? Senza contare che la posizione del bancone, rispetto alla vetrina, non permette
che una visione estremamente parziale. Ciò che proponete, Watson, è impossibile! -
esclamò Holmes con totale risolutezza. - E poi, perché mai la vostra fantomatica spia si
sarebbe dovuta appostare fuori dal Golden Lion, proprio in quel momento? Soltanto
un mago, ammesso che crediate in questo genere di cose, avrebbe potuto prevedere la
fatalità che ha fatto finire il pacchetto incriminato nelle mani della persona
sbagliata.
- Mi avete convinto, Holmes - dissi, - ma, dalle parole della signorina, sappiamo anche
che nemmeno il garzone era presente, quella mattina.
- E infatti - assentì il mio amico, che sembrava più divertito che contrariato, da
quella serie di obiezioni che insistevo a proporgli, e che, lo sapevo, avrebbe demolito
una ad una con precisione millimetrica, - prima di parlare con la signora del negozio, sia
lei che il garzone erano tra i miei possibili sospetti; ma, in entrambi i casi, questo mi
faceva scartare l'ipotesi del pedinamento, poiché, come ho già avuto modo di farvi
notare, entrambi conoscevano l'indirizzo della signorina Sevi - Holmes mi guardò con
un'aria leggermente ansiosa, come aspettandosi di sentirmi sollevare altri dubbi sulla sua
ricostruzione della vicenda.
- E' di una semplicità elementare - dissi soltanto.
Holmes non disse nulla: si limitò a sollevare le sopracciglia, fissandomi con ironia.
Non appena la carrozza superò Covent Garden, Holmes fece cenno al vetturino di fermarsi.
- Facciamo due passi. Che ne dite, Watson?
Assecondai volentieri la richiesta del mio amico: il cielo, quel pomeriggio di settembre,
era incredibilmente terso e la temperatura, nonostante fossimo ormai in autunno, era mite.
Giunti al numero 23 di Wellington Street entrammo nella bottega del signor Lynn: il
tipografo posò sul banco il volume che era intento ad osservare, passando delicatamente
le dita sulle incisioni che decoravano il dorso. Russel Lynn era un uomo di circa
quarant'anni, alto, dall'aspetto vigoroso; il suo viso, leggermente ovale, era adornato da
un paio di baffi biondo scuro, così folti da nascondere quasi completamente il labbro
superiore.
Mentre Holmes ed il signor Lynn disquisivano sulle caratteristiche dei tipi da stampa più
indicati per un biglietto da visita, mi misi ad osservare le pareti del negozio, sulle
quali erano disposti, incorniciati, numerosi esempi di stampe di vario genere, dalle prime
pagine di quotidiano alle decorazioni per abbellire i classici della letteratura. La
riproduzione de "Il Lettore", dell'artista francese Odilon Redon, attrasse la
mia attenzione: ritraeva un uomo anziano, dalla lunga barba bianca, seduto in poltrona
intento nella lettura di uno spesso volume, all'interno di una stanza in penombra,
illuminata soltanto grazie ad una piccola finestra situata in alto, sull'unica parete
visibile. La voce di Sherlock Holmes mi riportò alla realtà.
- Venite, Watson - mi disse, invitandomi a seguirlo.
Scendemmo lungo una scala in legno posta alla destra del banco ed entrammo nella
tipografia vera e propria: un'ampia stanza con le pareti bianche suddivisa da due tratti
di muro collocati leggermente a V, in modo da formare, nella parte centrale, una zona
isolata. Sulla parete in fondo, opposta alla scala dalla quale eravamo scesi, si trovava
una piccola porta in legno massiccio: date le dimensioni pensai che si dovesse trattare
del ripostiglio. Nelle tre aree erano disposte le attrezzature per la stampa, i
contenitori dei caratteri in piombo, le risme di carta, una pressa, ed una fornace. Senza
disturbare gli artigiani al lavoro, il signor Lynn ci condusse nella parte centrale della
stanza, dove egli stesso - spiegò - lavorava, illustrandoci il funzionamento del torchio
litografico, una tecnica inventata verso la fine del diciottesimo secolo dal tedesco Alois
Senefelder, ed introdotta in Inghilterra dai suoi amici Philipp e Johann Andre. Il
procedimento della stampa litografica sfrutta le singolari proprietà di pietre calcaree,
capaci, se inumidite, di respingere l'inchiostro grasso.
- Ne ho sentito parlare - intervenne il mio amico. - Questa tecnica deriva il suo nome dal
termine litho, che in greco significa appunto "pietra".
- Esatto - rispose il tipografo. - Consentendo l'utilizzo di una matrice piana, la
litografia ha avuto un'immediata influenza sul libro e sui giornali; e, a partire dal
1860, ha permesso la realizzazione dei manifesti. Inoltre - aggiunse - è molto apprezzata
dagli artisti.
- Un'innovazione rivoluzionaria - commentò Holmes. - Tutto ciò che è nuovo ha il potere
di attrarmi - sorrise, voltandosi verso un tavolo su cui giacevano pile di cartoncini
colorati, barattoli e altri attrezzi. - Il mio amico, invece - disse indicandomi, - prova
una certa diffidenza per le novità: lui preferisce i metodi più tradizionali. Mentre
venivamo qui, infatti, mi stava raccontando quanto fosse interessato a conoscere i
particolari della stampa tipografica. Ricordate? - mi chiese.
- Come? Io... - mormorai senza capire.
- Sono sicuro che il nostro gentilissimo tipografo sarà lieto di illustrarvene il
funzionamento - insistette, indicando i macchinari situati nell'altra parte della stanza.
Il signor Lynn acconsentì di buon grado, e per circa venti minuti mi spiegò, con dovizia
di particolari, e senza omettere i riferimenti storici, il moto alternativo del torchio
piano-cilindrico, mostrandomi la matrice a rilievo, ottenuta direttamente - specificò -
da caratteri tipografici e da clichés.
Holmes restò ad osservare il torchio litografico, e ci raggiunse solo quando il signor
Lynn, al termine della sua esposizione, mi stava illustrando come i caratteri vengono
modellati dal piombo fuso nelle matrici di sabbia, per poi essere intagliati con un
apposito bulino.
- Davvero affascinante - esclamò. - E' un vero peccato non potersi trattenere più a
lungo - si rammaricò, risalendo la scala. - Appena avrò terminato il trasloco - disse
rivolgendosi al signor Lynn - vi commissionerò i biglietti da visita. Buona giornata.
- Non vi sapevo tanto appassionato delle tecniche da stampa - dissi al mio compagno,
allorché ci allontanavamo dalla bottega. Lui si limitò a sollevare leggermente le
sopracciglia, senza rispondere; aveva appoggiato l'indice della mano destra sulle labbra,
che teneva significativamente serrate. Mentre mi domandavo cosa stesse rimuginando nel
cervello, Holmes si sporse verso la strada e fermò una carrozza.
- Devo tornare immediatamente dalla signorina Sevi. Ma prima - disse - vorrei pregarvi di
svolgere una piccola ricerca per me: dovreste procurarvi del materiale sulla casa reale
asburgica e su quella russa.
- Ma, Holmes... - tentai di replicare.
- Tutto quello che trovate, e poi tornate a Baker Street. A più tardi, Watson.
Prima che potessi chiedere qualche spiegazione, la carrozza, con Holmes dentro, si stava
allontanando lungo lo Strand, in direzione di Trafalgar.
Cercai di svolgere il compito assegnatomi da Holmes nel miglior modo possibile: in
biblioteca trovai parecchi volumi sui sovrani austriaci e sugli zar russi. Un paio erano
addirittura corredati da illustrazioni raffiguranti i principali membri delle nobili
dinastie, con magnifiche riproduzioni araldiche; tuttavia, conoscendo i gusti del mio
amico, decisi di riporli nello scaffale, portando con me soltanto i libri che ritenevo
avrebbero interessato maggiormente Sherlock Holmes. Stavo per uscire dalla biblioteca
quando, all'improvviso, riecheggiarono nella mia mente le parole precise con cui il mio
compagno aveva formulato la sua richiesta: "Tutto quello che trovate", aveva
specificato. Così tornai sui miei passi e, per quanto convinto che si trattasse di una
fatica inutile, presi i due volumi che avevo scartato poco prima.
Tornai a Baker Street poco prima delle cinque: Holmes non era ancora rientrato. Mi feci
portare del tè dalla signora Hudson e, sorseggiandolo, mi misi a sfogliare l'edizione
della sera del Times: la pagina politica riproduceva quasi integralmente il
dibattito parlamentare che aveva animato, il giorno precedente, la Camera dei Comuni; la
cronaca cittadina, evidentemente a corto di notizie di rilievo, dedicava ben tre colonne
alla scomparsa del maggiordomo del segretario per gli Affari Esteri, il signor Jeremy
Blyton: il fatto risaliva agli inizi di Luglio, e tutte le ricerche, da parte della
polizia, si erano rivelate inutili. Ricordo che Holmes era stato sul punto di interessarsi
personalmente al caso, prima che il giovane Hopkins spostasse la sua attenzione
sull'oscura morte del capitano Carey.
Lasciai il giornale aperto sul divano e, dopo aver prelevato un sigaro dal portacarbone,
decisi di dedicare la mia attenzione al pacchetto di tè, miscela spiced, che tanto
aveva incuriosito il mio amico: tuttavia, per quanto lo osservassi, continuavo a non
trovarvi nulla di strano.
- Avete scoperto qualcosa, Watson? - mi domandò Holmes, apparendo all'improvviso nella
stanza, indicando il pacchetto che tenevo in mano.
- Finalmente, Holmes! - esclamai. - Ma dove siete stato in tutto questo tempo? Avete visto
la signorina Sevi? - chiesi.
- Sono stato dalla signorina subito dopo aver lasciato voi - mi rispose.
- Una donna davvero graziosa, non trovate Holmes?
- Uhm! - fece lui, sollevando lievemente le spalle. - Non l'avevo notato. Ma l'esperto, in
questo campo, siete voi, mio caro amico. Tuttavia devo ammettere che la signorina Sevi è
una donna dalle qualità notevoli e, per quanto mi è stato possibile osservare, sembra
inspiegabilmente scevra da quei modi bizzarri e da quelle caratteristiche spesso
incomprensibili, tipici del bel sesso.
- Come fate ad esserne così certo? - domandai, francamente un po' stupito dal tono usato
da Holmes.
- Non ne sono affatto certo, naturalmente - ammise. - Caro Watson, stiamo pur sempre
parlando di quell'inscrutabile mistero che è il genere femminile: ogni certezza, su tale
argomento, potrebbe rivelarsi meno solida di una zattera intessuta di fragili frasche, che
navighi in un mare in tempesta. Per quanto la signorina Sevi...
Holmes non terminò la frase, né io lo esortai a farlo: conoscevo troppo bene il mio
compagno, per ritenere che il suo interesse per la signorina Sevi fosse determinato da
qualcosa di diverso dal puro gusto per l'osservazione scientifica. E quel luccichio che
stavo leggendo nel suo sguardo era lo stesso che avrebbe manifestato un antropologo che si
fosse trovato a conversare con un primate della specie umana; sebbene debba confessare
che, almeno per un attimo, osservando il mio amico, provai la sensazione che dietro quella
sua fredda ed imperturbabile mentalità analitica, potessero albergare sentimenti romantici.
- Comunque sia - proseguì, - dimostrando grande prontezza ed intelligenza, la signorina
ha acconsentito immediatamente ad eseguire un compito che spero si rivelerà decisivo per
questo caso - disse compiaciuto. - Subito dopo ho svolto una piccola indagine su Russel
Lynn: chiacchierando con i negozianti di Wellington Street, sono venuto a sapere che Lynn
ha rilevato la tipografia circa quattro mesi fa, e, nelle tre settimane successive, l'ha
tenuta chiusa per apportarvi modifiche. E' probabile che abbia addirittura buttato giù
dei muri e ne abbia poi costruiti di nuovi, poiché i vicini hanno parlato di
"frastuono insopportabile" proveniente dalla bottega di Lynn durante quei venti
giorni.
- Mi è stato inoltre riferito che Lynn abita in un appartamento situato proprio sopra la
bottega; pare che spesso si fermi a lavorare in tipografia a lungo oltre l'orario di
chiusura. E' un tipo dai modi educati, ma, stando ai commenti dei vicini, molto riservato:
vive solo e sembra non conceda confidenza a nessuno. Anzi, che rifugga decisamente ogni
genere di compagnia.
- Un vero eremita.
- Così parrebbe - proseguì Holmes. - Pensate, Watson, che la custode del palazzo di
fronte, una signora che ho trovato particolarmente in vena di confidenze, mi ha raccontato
di aver visto il nostro amico tipografo rifiutare energicamente, sebbene sempre con un
certo garbo, gli inviti di un signore molto raffinato che, stando alle parole della donna,
ha cercato in più di un'occasione di convincere Lynn a distrarsi dal suo lavoro.
- Un amico, dunque? - domandai.
- E' quello che pensa anche la loquace signora che, lungi dal volersi interessare degli
affari altrui, come ha tenuto a sottolinearmi, non ha potuto fare a meno di ascoltare
alcuni frasi dalle conversazioni dei due, che, a quanto pare, si svolgevano sulla soglia
della bottega di Lynn. In una di quelle occasioni, la donna ricorda perfettamente di aver
sentito Lynn declinare un invito a cena da parte dell'altro uomo, non, tuttavia, senza
averlo prima rassicurato che si sarebbe fatto vivo personalmente, non appena avesse
potuto. Subito dopo il tizio si è allontanato, e la nostra riservata custode giura di
aver visto Lynn rientrare nella bottega sbattendosi la porta alle spalle.
- Un tipo decisamente singolare - dissi io. - Per non parlare, poi, dei baffi che porta:
raramente ne avevo visti di così folti - commentai.
- Già. Vedo che cominciate a capire.
- A capire?
- Sì, Watson - disse Holmes, guardandomi con aria sorniona: - quei baffi hanno uno scopo
preciso: celare la vera identità.
- Ma Holmes! - esclamai. - Dunque voi ritenete che Russel Lynn sia in realtà un'altra
persona?
- Ne ho la prova - ribattè, porgendomi un cartoncino: si trattava di una foto che
ritraeva un uomo sulla quarantina dall'aspetto robusto, il volto ovale, i capelli biondo
scuro e gli occhi color nocciola.
- Non vi ricorda nessuno che conoscete? - mi domandò. - Provate ad immaginare su quel
volto un paio di baffi tanto folti da coprire il labbro superiore - suggerì.
- Ma certo! - dissi, battendomi una mano sulla fronte. - Quest'uomo è Russel Lynn!
- Siete in errore - mi ammonì Holmes. - Quest'uomo è Russel Wyvill, gallese, di
professione falsario.
- Sono sbalordito - mormorai. - Ma, in nome del cielo, come avete fatto, Holmes?
- Mio buon Watson - cominciò, con la sua solita flemma, accomodandosi nella poltrona, -
ho già avuto modo di dimostrarvi l'importanza del metodo con cui si introducono i
concetti nella mente: io evito accuratamente di immagazzinare qualsiasi nozione che non
sia funzionale al mio lavoro, sfruttando con oculatezza lo spazio necessariamente limitato
a mia disposizione.
- Già - dissi io, ripensando allo sconcerto che provai nell'apprendere, agli inizi della
mia conoscenza con Holmes, che il mio amico era del tutto all'oscuro della teoria
copernicana e della struttura del sistema solare.
- Dunque - continuò - non ho fatto altro che collegare logicamente i fatti osservati.
- Ma sono gli stessi fatti che io ho osservato insieme a voi - protestai.
- Naturalmente - ribattè. - Ma voi vi siete fermato alle apparenze, senza cercare il
legame che li univa.
- E quale sarebbe questo legame? - domandai sinceramente un po' irritato.
- Vedete Watson - iniziò, mentre si accendeva la pipa, - fin dall'inizio era chiaro che
l'etichetta descritta dalla signorina Sevi con le due lettere traslate, non potesse essere
frutto di una svista del tipografo. Come abbiamo potuto osservare nella sua bottega,
Wyvill dispone di una fornace per mezzo della quale può preparare lui stesso i caratteri
che poi verranno stampati. Ora - proseguì, tenendo la pipa a mezz'aria, - se davvero si
fosse trattato di un banale errore, accorgendosene, Wyvill avrebbe immediatamente
preparato un carattere nuovo...
- Ma potrebbe non essersene accorto - obiettai.
- E' una possibilità - ammise Holmes. - Per quanto io faccia fatica a credere che un
tipografo esperto o, dal momento che conosciamo la verità, un falsario esperto, possa non
avvedersi di un simile sbaglio. Ma ammettiamo che sia andata così: com'è possibile,
allora, che le altre etichette, per quella stessa miscela di tè, siano state stampate
correttamente?
- Potrebbe aver eseguito il lavoro in tempi separati - ipotizzai.
- Ma noi sappiamo che ciò non è possibile: ricordate le parole della signora del Golden
Lion? Le etichette vengono consegnate una volta alla settimana, e ogni settimana per
una miscela differente. Inoltre, anche ammettendo che una miscela potesse aver avuto tanto
successo da richiedere una nuova ordinazione di etichette, quello non può essere il caso
della spiced, poiché è stata messa in vendita ieri per la prima volta.
- Allora Wyvill potrebbe aver notato l'errore dopo la prima stampa, aver eseguito le
successive orientando le N nel senso giusto, e avere per sbaglio consegnato anche l'unica
etichetta scorretta.
- E dunque, secondo voi, chi è penetrato in casa della signorina Sevi, lo ha fatto
soltanto per assecondare il perfezionismo del tipografo, che non voleva rendere pubblico
il suo piccolo errore? - mi chiese ironicamente Holmes. - No, no, Watson - disse scuotendo
la testa. - Inoltre non è una questione di orientamento: capovolgendo un N si ottiene
sempre una N. Invece, nel nostro caso, è stata operata una traslazione. E si è trattato
di un atto consapevole. L'errore, autentico, è stato nel destinatario del pacchetto con
quella particolare etichetta, tanto che, appena scoperto, è avvenuta la sostituzione.
- Ma cosa c'era di così importante in quell'etichetta? - domandai.
- Questo ancora non lo so - rispose Holmes, seguendo con lo sguardo un anello di fumo. -
In base ai fatti di cui dispongo, ho formulato alcune spiegazioni, e tutte potrebbero
adattarsi al caso; tuttavia, sapete bene che è sempre un errore giungere a conclusioni
senza possedere una visione totale della situazione. I volumi che con straordinaria
premura avete procurato - disse, indicando i libri che avevo posato sul tavolo vicino alla
finestra, - mi forniranno, spero, alcuni elementi essenziali.
- Non mi avete ancora detto come avete scoperto la vera identità di Lynn.
- Semplice, caro amico - rispose. - Come ricorderete, da parecchi mesi, ormai, la polizia
sta cercando di catturare una coppia di falsari evasi dalle prigioni del Galles.
- Sì, certo: ricordo che il giornale di ieri riportava la notizia dell'ennesimo
fallimento di Scotland Yard.
- Non appena vidi Lynn, mi tornò alla mente la descrizione dei due fuorilegge pubblicata
all'indomani della loro evasione. Drizzai le orecchie: conoscendo la storia
dell'etichetta, ammetterete che mettere in relazione il tipografo con il falsario era
quasi naturale. Il suo marcato accento gallese, poi, ha dissipato gli ultimi dubbi.
Restavano i baffi, ma non è difficile farli crescere. Così, dopo aver raccolto le
informazioni che vi ho detto, dai negozianti vicini, mi sono recato alla polizia, dove
l'ispettore Connelly è stato tanto gentile da fornirmi la foto che vi ho mostrato e che
mi ha permesso di riconoscere il mio uomo senza ombra di dubbio. Naturalmente mi ha anche
dato quella del suo complice.
- Charlie, il garzone del negozio.
- No, Watson: Charlie Gower, garzone del Golden Lion, è soltanto un tramite. Ho
preso qualche informazione anche su di lui e mi sono convinto che è estraneo alla
faccenda, tranne che per il suo compito di intermediario. Probabilmente viene ricattato.
- Ricattato?
- Sì. Gower ha subito una condanna, parecchi anni fa, per furto con scasso in una casa di
lusso; ha scontato la sua pena e poi sembra essersi ravveduto. Lavora da parecchio al
negozio di tè, conducendo una vita onesta. E' dunque probabile che Wyvill l'abbia
costretto a raccomandarlo alla sua padrona, ed ora continui ad usarlo per i suoi piani,
sotto la minaccia di rivelare la verità sul suo passato, che gli farebbe rischiare di
perdere il lavoro.
- Eccezionale Holmes! - esclamai. - Ma ora venite a mangiare - dissi, indicando la cena
che la signora Hudson aveva appena servito. - Vi farà bene, dopo una giornata tanto
intensa.
Mi accomodai a tavola, ma Holmes non si mosse. Tentai di convincerlo a raggiungermi, ma
sapevo bene che quando si trovava nel centro di un'indagine, l'unica cosa che lo
interessava era il modo di giungere alla soluzione: poteva passare giornate intere senza
toccare cibo, poiché questo, affermava, gli avrebbe sottratto energie preziose per il
lavoro.
Si alzò dalla poltrona diretto al tavolo vicino alla finestra. Passando vicino al divano,
si fermò ad osservare il giornale, ancora aperto alla pagina della cronaca, come l'avevo
lasciato: lo prese in mano e lesse qualche riga.
- Perbacco! - mormorò, gettandolo nuovamente sul divano.
Holmes trascorse l'intera serata a sfogliare i volumi che avevo preso in biblioteca; con
mia sorpresa, quelli che sembrarono attrarlo maggiormente, furono proprio i due che ero
stato sul punto di scartare. Ad un tratto, dopo aver osservato alcune pagine più a lungo
delle altre, mi accorsi che sul suo volto aguzzo ed intelligente era balenato un lampo:
afferrò la confezione di tè, misurò con le dita le dimensioni dell'etichetta, che
saranno state all'incirca di tre pollici per due, poi le confrontò con qualcosa
raffigurato sulle pagine dei libri che stava studiando.
- Ci siamo, Watson! - esclamò eccitatissimo. - Venite a vedere.
Mi avvicinai al tavolo: i libri erano aperti alle pagine che raffiguravano rispettivamente
i sigilli usati dalle due case reali per siglare la corrispondenza di stato riservata. Una
didascalia specificava che le illustrazioni riproducevano le dimensioni effettive.
Holmes mi indicò i sigilli sui libri e poi l'etichetta sul pacchetto di tè.
- Corrispondono - disse trionfante.
Di fronte alla mia espressione allibita, Sherlock Holmes richiuse i due volumi e,
riacquistata la sua calma consueta, mi guardò annuendo con la testa.
- Non so che farei senza di voi, mio caro dottore - mi disse sorridendo. - La vostra
abitudine nel tenere a freno l'immaginazione è tanto preziosa per me, quanto
l'immaginazione stessa, di cui io, come ben sapete, faccio assai uso.
- Grazie Holmes - risposi soddisfatto, accendendomi una sigaretta.
- Voi, caro amico - continuò - mi rammentate quanto sia sbagliato entusiasmarsi per
un'ipotesi, sebbene quasi certamente corretta, senza disporre di una solida base
costituita dai fatti. Dunque, poiché per questa sera non potrò procurarmi gli elementi
che potrebbero avvalorare le mie supposizioni, propongo di andare a dormire, in attesa
degli sviluppi che attendo per domani.
Il mattino successivo, quando scesi per la colazione, Holmes era già uscito. Restò fuori
per l'intera mattinata, e quando rientrò a Baker Street, intorno all'una, capii subito,
dal luccichio dei suoi occhi, che aveva trovato quello che cercava.
- Un caso davvero unico, Watson - esclamò, sistemandosi sulla poltrona vicino al
caminetto.
Cedendo alle mie insistenze per avere qualche spiegazione, Holmes mi raccontò che aveva
trascorso la prima parte della mattina al Golden Lion, convincendo la negoziante a
mostrargli il registro con i nomi e gli indirizzi degli acquirenti della miscela spiced.
- Non è stato troppo difficile - mi spiegò. - La stampa ha un notevole potere di
seduzione, e di persuasione, soprattutto sui negozianti, per via della pubblicità che ne
possono ricavare.
- Cosa c'entra la stampa? - domandai dubbioso.
- Mi sono presentato alla signora in veste di giornalista, spiegandole che, anche per
cercare di rimediare al mio inqualificabile comportamento del giorno prima, ero riuscito a
convincere il mio direttore ad assegnarmi un articolo sul tè e sul più importante
negozio della città. Aggiunsi che c'era addirittura la possibilità di una serie di
articoli sull'argomento, e che per il primo avevo deciso di parlare delle miscele dal
gusto orientale. La signora, lusingatissima, mi mostrò diverse miscele, compresa la spiced;
quando io espressi un po' di scetticismo circa il fatto che il popolo Britannico, così
legato alle tradizioni, potesse apprezzare un gusto tanto insolito, la signora mi
assicurò che, al contrario quel tipo di miscela aveva parecchi estimatori, e fu ben lieta
di fornirmi i loro nomi, affinché potessi intervistarli.
- Scorsi la lista, annotando nomi ed indirizzi, compreso quello della signorina Sevi. Ma
vi confesso che quando arrivai al nome del segretario per gli Affari Esteri, trattenni a
stento un moto di soddisfazione.
- Il signor Jeremy Blyton, se non sbaglio: ho letto qualcosa su di lui proprio ieri, sul Times
- dissi io. - Sospettate sia coinvolto in questo affare?
- Temo di sì, Watson, ma come vittima - rispose. - Quando ieri lessi sul giornale il nome
del signor Blyton, collegato alla scomparsa del suo maggiordomo, mi scosse un campanello
d'allarme. Non sapevo di che natura fosse il legame tra lui e il nostro caso, né posso
ancora dirlo con certezza, ma so che esiste una connessione.
- Da cosa lo deducete? - domandai.
- Da una serie di fatti che, pur apparentemente estranei tra loro, costituiscono una serie
di coincidenze troppo singolare, per essere davvero dovuta a semplici casualità.
Riflettete, Watson: abbiamo un'etichetta con un errore che la rende riconoscibile dalle
altre, un falsario che ne è l'artefice, e che tiene nella sua bottega volumi
sull'araldica delle case reali asburgica e russa, paesi che con l'Inghilterra
intrattengono rapporti assai delicati. Ora scopriamo che il segretario per gli Affari
Esteri ha un legame, seppure come acquirente, con la bottega alla quale il falsario vende
le sue etichette. E non dimentichiamoci i tempi: Wyvill ha riaperto la tipografia tre mesi
fa, data cui all'incirca risale la scomparsa del maggiordomo di Blyton. A questo punto
sarebbe lecito supporre che nemmeno le origini, gallesi sia per i falsari che per Blyton,
siano imputabili ad una coincidenza.
La signora Hudson interruppe le spiegazioni di Holmes, per annunciare una visita. Un uomo
sulla quarantina, alto e snello, vestito in maniera elegante, entrò nella stanza; tenendo
in mano un telegramma, si informò su chi di noi due fosse Sherlock Holmes.
- Sono io - disse il mio amico. - Vi ringrazio di essere venuto, signor Blyton.
- Bene, signor Holmes - disse freddamente il signor Blyton. - Spero che ciò che avete da
dirmi sia davvero importante come afferma il vostro telegramma: i miei impegni non mi
consentono perdite di tempo. Comunque, è soltanto per intercessione di vostro fratello
che ho accettato di venire.
- Vedrete che il vostro tempo non andrà sprecato - replicò il mio amico in tono fermo. -
Conoscete quest'uomo? - domandò, porgendogli la foto del secondo falsario.
- Ma questo - disse il signor Blyton con evidente sorpresa - è Edgar Darby, il mio
maggiordomo. La pettinatura è diversa e i baffi sono più corti, ma è lui: non ho dubbi.
Che significa, signor Holmes?
- Da quanto tempo l'avete alle vostre dipendenze?
- Da circa tre mesi - rispose. - Assunsi Darby quando il mio maggiordomo scomparve, agli
inizi del Luglio scorso.
- Come l'avete trovato? - insistette Holmes.
- Si presentò lui: disse che aveva appreso dai giornali della scomparsa e aveva pensato
che mi servisse un nuovo maggiordomo. Mi disse che era stato al servizio di una famiglia
di nobili del Galles, ma che ora aveva deciso di trasferirsi a Londra. Mi mostrò le sue
referenze ed egli stesso mi spinse a mettermi in contatto con il Galles, con la famiglia
in cui aveva lavorato, che mi confermò la serietà di Darby. Così decisi di assumerlo:
anch'io sono gallese e...
- Non avete fatto altri controlli sul nuovo assunto?
- No, naturalmente. Perché me lo chiedete?
- Perché se vi foste premurato di farne, avreste scoperto di essere stato raggirato -
rispose secco Holmes.
- Raggirato? Ma cosa dite? - esclamò il signor Blyton, rosso di collera.
- Dico che Edgar Darby, il cui vero nome è John Guy, è un falsario ricercato dalla
polizia.
- Ma non è possibile - protestò il signor Blyton.
- Mi spiace, ma è la verità - assicurò Holmes. - Scotland Yard sarà lieta di fornirvi
tutte le prove che potranno servire a convincervi. Ma ora non c'è tempo. Dobbiamo...
- Dobbiamo denunciarlo, naturalmente. Signor Holmes, io...
- Calmatevi, signor Blyton. E ascoltatemi: una denuncia adesso sarebbe un errore. Guy ha
un complice, con il quale penso di poter affermare con certezza, ha organizzato un piano
ai vostri danni. Ed io non ho ancora tutti gli elementi per dire con precisione di cosa si
tratti: per questo ho bisogno della vostra collaborazione. Siete disposto a fare ciò che
vi dirò?
- Ma... - balbettò il signor Blyton - D'accordo signor Holmes - disse infine. - Cosa
volete che faccia?
- Innanzi tutto che non lasciate intendere a Guy ciò che avete appena saputo su di lui.
Potete fare in modo di allontanarlo da casa per un po', diciamo per un'ora?
- Certamente: troverò qualche commissione da fargli fare.
- Benissimo. Allora tornate a casa e, poco prima delle cinque, affidategli l'incarico. Noi
verremo subito dopo. A più tardi.
- C'è una cosa che ancora non mi avete detto - dissi, dopo che il signor Blyton se ne era
andato. - Qual era il compito che avete chiesto di svolgere alla signorina Sevi?
- Nulla di pericoloso, Watson - rispose Holmes, accendendosi la pipa. - L'ho pregata di
acquistare del tè al Golden Lion chiedendo che le fosse portato a casa,
allontanando così il garzone che, rivedendomi, si sarebbe potuto insospettire.
- Geniale, Holmes - esclamai. - E adesso, cosa contate di fare?
- Aspettare - rispose, stringendo la pipa tra i denti. - Più tardi farò visita al signor
Blyton. Spero che vorrete accompagnarmi.
- Con vero piacere - risposi.
Erano passate da poco le cinque quando Holmes ed io varcammo la porta della sontuosa casa
del signor Blyton, a Mayfair.
- Dove alloggia la servitù? - domandò Holmes.
- Nella parte sinistra della casa - rispose il segretario per gli Affari Esteri. - Venite:
vi faccio strada.
Attraversammo un lungo ed ampio corridoio le cui pareti erano adornate da quadri
raffiguranti, presumibilmente, gli antenati del signor Blyton; giunti davanti alla porta
della stanza del maggiordomo, Holmes chiese al nostro ospite di aprirla, ed entrò. Restò
per qualche attimo ad osservare la stanza e la disposizione dei mobili. Con cautela si
avvicinò alla piccola scrivania posta davanti alla finestra: sollevò alcuni fogli, ed
analizzò una boccetta di inchiostro blu posata vicino, raccolse qualcosa dal portacenere
e controllò il contenuto dei cassetti. Poi si diresse verso il comodino, a fianco del
letto: aprì il cassetto e lo richiuse immediatamente, per concentrare la sua attenzione
sulla parte inferiore del mobile, chiuso da un'antina intarsiata. Con disappunto, dovette
constatare che dentro non v'era quasi nulla; richiuse l'antina e si voltò verso
l'armadio, appoggiato sulla parete vicino alla finestra. Stava per raggiungerlo, quando,
con un lampo negli occhi, tornò indietro e si inginocchiò davanti al comodino: aprì
nuovamente l'antina e ne osservò daccapo l'interno, passò le dita sul bordo laterale e
poi avvicinò l'indice alle labbra, restando immobile per qualche attimo.
Il signor Blyton ed io ci scambiammo uno sguardo incuriosito, mentre Sherlock Holmes
estraeva dal mobiletto i pochi oggetti che vi erano riposti. Quando il comodino fu vuoto,
Holmes appoggiò entrambe le mani alla parete sul fondo, tastandola ripetutamente:
sentimmo un leggero scatto e, sotto i nostri occhi increduli, la parete si mosse.
- Incredibile! - esclamò il signor Blyton. - Questi mobili facevano parte
dell'arredamento di una tenuta di campagna del mio bisnonno: sapevo che alcuni contenevano
artifici del genere, ma non mi sono mai curato di cercarli. C'è persino la possibilità
che io stesso abbia accennato la cosa al maggiordomo, mostrandogli la stanza... Ma mai
avrei immaginato...
- Scoprire questo nascondiglio è stata senza dubbio un'insperata fortuna, per Guy - disse
il mio amico, - ma state certo che avrebbe trovato una soluzione per i suoi piani comunque
- spiegò Holmes, mentre rimuoveva la parete interna del comodino.
Una volta asportato, il doppio fondo rivelò il reale contenuto del mobile: tre buste, una
bianca, una color ocra e la terza marrone chiaro, un portasigillo in legno, tre boccette
d'inchiostro, tre penne, della ceralacca rossa e un piccolo dischetto di metallo.
Holmes prese in mano il dischetto, lo osservò con attenzione e ce lo mostrò: era un
oggetto leggerissimo, con il bordo appena ripiegato, raffigurante uno stemma, o qualcosa
di simile. Mentre lo porgevo al signor Blyton, il mio amico aveva afferrato le buste e le
stava analizzando: una sola di esse, quella color ocra, recava un sigillo ma, come le
altre due, era aperta. Holmes ne estrasse il foglio che vi era contenuto e lo lesse, poi
fece lo stesso con la busta marrone.
- Perbacco! - esclamò, e li porse al signor Blyton che, dopo averli scorsi impallidì.
- E' pazzesco! - disse, mentre il suo viso iniziava ad assumere un colorito vermiglio.
- E non è tutto - intervenne Holmes, che aveva appena terminato di leggere la terza
lettera. - Leggete questo - disse al signor Blyton.
- E' una follia! Un complotto! In nome del cielo, non crederete a quanto è scritto qui! -
urlò il signor Blyton, fuori di sé, gettando i fogli sul letto.
- Holmes - domandai - che c'è scritto di così grave in quelle lettere?
Holmes le raccolse e me le passò. Mi dedicai per primo a quella color ocra: fui
sbalordito nel constatare che la lettera, nella quale si descrivevano i dettagli di un
complotto politico ordito, per la parte che riguardava il nostro paese, dal segretario per
gli Affari Esteri, recava la firma dell'arciduca d'Austria, erede al trono dell'impero
asburgico. La lettera marrone era dello stesso tono della prima, ma questa recava la firma
del vice ministro degli interni russo, direttamente alle dipendenze dello zar. L'ultima
lettera, quella bianca, che recava la data del 6 Luglio, era stata scritta, almeno così
indicava la firma, da Joseph Leech, il maggiordomo scomparso del signor Blyton. Nelle
poche righe, vergate con mano incerta, Leech raccontava di aver scoperto che il suo
padrone era un traditore, e di essere in possesso delle prove del complotto intessuto dal
signor Blyton ai danni dell'Inghilterra. La lettera spiegava ancora come Leech avesse
parlato al suo padrone di ciò che aveva scoperto, e del luogo in cui si sarebbero dovuti
incontrare per discuterne: una casa abbandonata al fondo di Stansfield Road, a Brixton;
l'idea, affermava Leech, era stata del signor Blyton, che desiderava assicurarsi di essere
al lontano da orecchie indiscrete, comprese quelle del resto della servitù. La lettera si
concludeva con il proposito, da parte di Leech, di consegnare questo messaggio, il giorno
dopo, ad una persona di fiducia, e terminava con queste parole: "Se dovesse accadermi
qualcosa di brutto, la verità sarà comunque scoperta".
Holmes, intanto, era alle prese con l'armadio: stava analizzando le suole di un vecchio
paio di scarpe che il signor Blyton, con estremo disappunto, aveva identificato come
proprie. Holmes le confrontò con un altro paio, queste realmente di Guy, e trovò che le
misure corrispondevano.
- Tutto quadra - disse compiaciuto. - Queste scarpe sono state indossate per andare a
Brixton..
- E voi come lo sapete? - domandò il signor Blyton.
- Dal colore e dalla consistenza dei residui di terreno visibili sotto le suole - replicò
imperturbabile Holmes. - Potrei parlare con la governante? - chiese.
- La chiamo subito - rispose il signor Blyton, avvicinandosi al campanello.
- No - lo fermò il mio amico. - Preferirei vederla in cucina, se è possibile
naturalmente.
- Come preferite.
Mentre il signor Blyton ci conduceva in cucina, passammo davanti al suo studio; la porta
era aperta e se ne intravedeva una parete. Il mio amico si fermò all'improvviso e si
diresse dentro la stanza, si avvicinò ad una foto che ritraeva un gruppo di giovani,
probabilmente universitari, scrutò quei volti con la lente e, dopo aver estratto qualcosa
da una tasca, si rivolse al nostro ospite.
- Avete frequentato l'università nel Galles? - chiese.
- Sì. Mio padre, scomparso parecchi anni fa, è stato rettore dell'ateneo, il primo
fondato in Galles - rispose con un po' di sorpresa il signor Blyton. - Ma questo cosa
c'entra?
- Andavate d'accordo con Russel Wyvill?
- Russel Wyvill? - ripetè il signor Blyton, sempre più sconcertato. - Come conoscete
Russel Wyvill?
- E' lui? - domandò Holmes, porgendogli una fotografia.
Il signor Blyton assentì e, dopo che Holmes gli chiese se esisteva qualche motivo per cui
Wyvill potesse provare nei suoi confronti un forte risentimento, ci raccontò di come,
quando erano compagni di studio, Wyvill tentò di falsificare alcuni importanti documenti
universitari che lo riguardavano. Il rettore, padre del signor Blyton, lo scoprì e, data
la gravità della cosa, Wyvill fu cacciato dall'università, e dovette anche scontare
qualche mese di carcere.
- Qualche tempo dopo - continuò il signor Blyton - venimmo a sapere che la madre di
Russel, che proveniva da una famiglia dell'alta borghesia, si era tolta la vita per il
disonore subìto.
- Una vendetta! - esclamò Holmes. - E ben congegnata - disse battendo le mani. - Ma
adesso finalmente è tutto chiaro.
- Ma ora volete dirmi cosa c'entra Wyvill in tutta questa storia? - protestò il signor
Blyton.
Dopo avergli raccontato ciò che aveva scoperto su Wyvill, Holmes cominciò ad interrogare
la governante, una signora minuta, dal viso gentile e dai modi garbati.
Terminato il colloquio, che, a giudicare dallo sguardo di Holmes, doveva aver avuto un
buon esito, ci congedammo. Il mio amico raccomandò al signor Blyton di non lasciarsi
sfuggire nulla che potesse insospettire Guy e gli promise che presto avrebbe ricevuto sue
notizie.
- Ah! - esclamò, mentre tornavamo a Baker Street. - Vi avevo detto, Watson, che si
trattava di un caso unico. Una vera sfida per un ragionatore - disse, fregandosi le mani.
- Temo che qualche particolare mi sia sfuggito - dissi io. - Per esempio: cosa c'entra il
pacchetto di tè?
- Watson - mi ammonì il mio compagno. - Non avete capito? Il pacchetto di tè, o, meglio,
l'etichetta, è il mezzo con il quale Wyvill ha fatto avere a Guy la copia del sigillo
reale asburgico, indispensabile per far apparire autentiche le lettere che Guy stesso
aveva scritto.
- Ma perché proprio con il tè? E come poteva essere certo, Wyvill, che la governante
acquistasse proprio quella miscela e proprio in quel negozio?
- Wyvill è troppo furbo per affidarsi al caso - rispose Holmes. - Guy, in quanto
maggiordomo di Blyton, non ha avuto difficoltà a convincere la governante all'acquisto di
quella particolare miscela, come la governante stessa mi ha confermato. Il pacchetto di
tè come tramite - proseguì - era il modo più sicuro per assicurarsi che il sigillo
arrivasse a destinazione: se fosse stato inviato per posta, qualcuno, rilevando la
presenza di un oggetto metallico, si sarebbe potuto insospettire.
- Ma perché non incontrarsi di persona? - chiesi. - Guy avrebbe potuto ritirare i sigilli
direttamente da Wyvill, nella sua bottega: che bisogno c'era di un piano tanto complicato?
- Vi confesso, Watson, che anch'io mi sono posto lo stesso interrogativo - rispose Holmes,
- almeno fino a che la dirimpettaia di Wyvill non mi ha fornito l'indizio chiarificatore.
- Intendete la custode del palazzo di fronte alla tipografia?
- Esattamente: certo ricorderete il suo accenno all'elegante signore che insisteva nel far
visita al tipografo, nonostante la sua palese indisponibilità.
- Sì - ammisi, - ma mi era sembrato di capire che si trattava semplicemente di un amico
un po' ostinato.
- Ostinato, certo, ma non esattamente un amico - sorrise Holmes. - Non appena la gentile
signora me ne descrisse l'aspetto, non ebbi nessuna difficoltà ad identificarlo: si
tratta sicuramente di Andrew Lee Clarke, un raffinatissimo gentiluomo che non disdegna di
occuparsi, qui a Londra, di traffici illeciti, sfruttando proprio il suo aspetto elegante
e rispettabile. In parecchie occasioni la polizia ha sospettato di lui, sempre senza
riuscire a mettere insieme prove sufficienti per incriminarlo.
- Ma se è il tipo che dite, Holmes, perché Wyvill sembrava esserne così infastidito? -
domandai.
- Mio caro amico, qui entriamo nel regno delle ipotesi - rispose Holmes. - In base a
quello che sappiamo, possiamo immaginare che Clarke, venuto a sapere della fuga dei due
falsari gallesi, probabilmente sue vecchie conoscenze, abbia rintracciato Wyvill qui in
città e, scoperto che stava aprendo una tipografia, abbia supposto che si trattasse di
una copertura per qualche progetto criminoso.
- E infatti... - suggerii.
- Già, ma noi sappiamo che il progetto di Wyvill aveva scopi strettamente... personali,
se così possiamo dire, mentre Clarke avrà probabilmente pensato ad un colpo con il quale
aumentare le proprie ricchezze; avrà quindi insistito perché Wyvill lo rendesse
partecipe della cosa, magari aggiungendo qualche velata minaccia.
- Ma Wyvill gli avrà spiegato che non si trattava di niente del genere - continuai io, -
o, addirittura avrà negato del tutto...
- Senza essere minimamente creduto da Clarke - aggiunse Holmes. - A quel punto avrà
cercato di tenerlo buono, promettendogli di interpellarlo non appena avesse avuto qualcosa
per le mani, pensando principalmente ad impedirgli di scoprire che Guy, il suo complice,
era diventato il maggiordomo del segretario per gli Affari Esteri: conoscendo il tipo,
Wyvill non avrà certo faticato a supporre che, se lo avesse scoperto, Clarke avrebbe
deciso di andare a fondo, rischiando di far insospettire il signor Blyton, e di mandare
all'aria il minuzioso piano di Wyvill.
- Ed ecco perché Wyvill e Guy hanno deciso di non incontrarsi personalmente - conclusi
io. - Ma - dissi dubbioso - c'e una cosa che ancora non capisco: poiché quelle lettere
sono false, che danno avrebbero potuto arrecare al nostro paese?
- Non al nostro paese, Watson. A Blyton. Solo questo interessava Wyvill: la vendetta. Per
vent'anni, probabilmente, non ha pensato ad altro. Prima di riuscire a provarne la
falsità, quelle lettere avrebbero creato uno scandalo attorno al nome di Blyton. Pensate
alla scelta dei paesi: credete sarebbe stato facile interpellare l'arciduca austriaco ed
il vice ministro russo senza creare un incidente diplomatico? Blyton sarebbe finito in
carcere, e sarebbe trascorso del tempo prima che le cose si fossero chiarite. Il suo nome
sarebbe stato inevitabilmente screditato. O peggio.
- Peggio? Che cosa intendete?
- Non dimenticate il maggiordomo, Watson.
- Guy?
- Leech: il vero maggiordomo.
- Quello scomparso?
- Sì. Scomparso esattamente il 6 Luglio. Temo per sempre.
- Pensate sia morto?
- Ne sono certo.
Nei giorni seguenti Holmes non parlò più del caso. Quando io provavo ad accennarlo
cambiava discorso. Passava lunghe ora rannicchiato sul divano, a fumare o a tirare fuori
dal suo violino accordi bizzarri.
Il mercoledì successivo Holmes stette fuori quasi tutto il giorno. Fece un'apparizione
sul finire della mattina, per scrivere qualche telegramma ed acconciarsi con uno dei suoi
incredibili travestimenti. Così, prima che potessi domandargli se si fosse fermato per la
colazione, il mio amico Holmes era scomparso: al suo posto, un decrepito prete irlandese
si apprestava a lasciare la stanza.
- Sareste così gentile da occuparvi voi di spedire questi telegrammi? - disse. - A dopo,
Watson.
Trascorsi la giornata rileggendo i miei appunti, nella speranza di trovarvi qualche
particolare che potesse suggerirmi il motivo del misterioso comportamento del mio amico.
Ma non ebbi successo.
Erano da poco passate le nove, quando Holmes rientrò a Baker Street con aria trionfante.
- Avete impegni per questa sera? - mi chiese, mentre si ripuliva il viso, cancellando i
segni del trucco.
- No - risposi. - Ma volete spiegarmi...
- Magnifico! - esclamò. - Allora preparatevi: usciamo tra cinque minuti. Watson, portate
con voi la pistola: non penso che ce ne sarà bisogno, ma è meglio essere prudenti.
- Va bene, Holmes, ma dove andiamo?
- Siamo invitati per il tè.
- Per il tè? A quest'ora?
- Sì, Watson. Mi rendo conto che l'ora non sembrerebbe quella più adatta, ma vedrete che
sarà interessante. Siete pronto?
Lungo la strada Holmes si fermò al comando di polizia per assicurarsi dall'ispettore
Connelly, disse, che non fossero sopraggiunti imprevisti. Proseguimmo senza ulteriori
soste, fino all'incrocio tra Grosvenor e Park Street: lì la nostra carrozza si fermò , e
noi seguitammo a piedi fino a destinazione. In breve fummo davanti alla casa del signor
Blyton: raccomandando di muoversi con estrema cautela, il mio amico mi condusse
all'ingresso secondario, dove il signor Blyton in persona ci aprì la porta. Nel silenzio
più assoluto raggiungemmo la cucina, dove Holmes ed io ci sistemammo.
Il signor Blyton si congedò, porgendoci due lanterne accese, ma con i telai abbassati,
bisbigliando al mio amico che sarebbe tornato non appena tutti fossero andati a dormire.
- Mettetevi comodo, Watson - sussurrò Holmes. - Ci sarà da aspettare.
Dopo che il signor Blyton ci raggiunse, verso le undici, attendemmo, al buio ed in
silenzio, all'incirca per un'altra ora, che a me parve interminabile. Alla fine, intorno a
mezzanotte, udimmo dei passi avvicinarsi alla cucina; ci sistemammo meglio, ognuno nella
propria postazione, in modo da risultare invisibili, ed osservammo con apprensione la
maniglia della porta che girava lentamente su se stessa. Una figura maschile, alta e
muscolosa, entrò furtivamente nella stanza e si avvicinò alla credenza, la aprì e
afferrò un pacchetto, che posò sul ripiano. Con estrema cautela prese ad armeggiare,
curvo sul ripiano; dopo pochi minuti rimise il pacchetto a posto e chiuse la credenza. A
un tratto, sentimmo un rumore rapido, come di carta che viene strappata e, subito dopo,
un'esclamazione soffocata di rabbia.
Senza fare il minimo rumore, Sherlock Holmes si alzò, si avvicinò all'intruso e lo
afferrò per una spalla, costringendolo a voltarsi. Il signor Blyton ed io, ad un cenno di
Holmes, alzammo i telai delle lanterne, dirigendo la luce sul volto dell'uomo che,
inutilmente, stava cercando di liberarsi dalla presa del mio amico.
- E' questo che stavate cercando, Guy? - domandò Holmes, porgendo al prigioniero un
piccolo dischetto di metallo.
- Per tutti i diavoli! - urlò Guy, furente. - Chi siete? Cosa volete? Lasciatemi! Non ho
fatto niente!
- Negare non vi servirà a nulla - rispose pacato Holmes.
- Non ho niente da dire - ribattè Guy, fissando Holmes negli occhi.
- Non ce ne sarà bisogno - replicò il mio amico. - Sappiamo ogni cosa.
- E' un bluff. Soltanto un bluff, cari signori: state cercando di incastrarmi, ma non ci
riuscirete - disse Guy incollerito.
- Tenetelo sotto tiro, Watson - disse Holmes, e uscì dalla stanza, per rientrarvi poco
dopo in compagnia dell'ispettore Connelly e di due poliziotti che scortavano Russell
Wyvill, in manette. Quando Wyvill si trovò faccia a faccia con il signor Blyton,
cominciò a schiumare per la rabbia, gli urlò "assassino" e, in segno di
sfregio, sputò per terra, proprio davanti al suo vecchio compagno di studi. Poi,
rivolgendosi a Guy, gli intimò di non dire nulla, poiché, sostenne, la polizia non aveva
nessuna prova.
- Eccone una - intervenne Holmes, mostrando all'ispettore il dischetto di metallo. -
Questo è il secondo falso sigillo, che Guy avrebbe dovuto apporre sulla lettera, scritta
e firmata da lui stesso con il nome del vice ministro degli interni russo, per far credere
ad un complotto politico e far ricadere la colpa sul segretario per gli Affari Esteri qui
presente.
- Niente biglietti da visita, dunque - disse Wyvill in tono ironico, rivolgendosi al mio
amico. - Comunque non so di cosa stiate parlando. Voi vaneggiate, è chiaro - aggiunse con
disprezzo.
- Ispettore - disse Holmes impassibile - le false lettere sono nella stanza di Guy,
precisamente nel suo comodino, che è provvisto di un doppio fondo. Inoltre, nel suo
armadio, troverete un paio di scarpe, che Guy ha sottratto al signor Blyton, probabilmente
su suggerimento di Wyvill, con il preciso scopo di farlo incriminare anche per omicidio.
- Omicidio? - ripetè l'ispettore, mentre il signor Blyton mi lanciò uno sguardo che
trasmetteva tutto il suo sconcerto.
- Sì ispettore - rispose Sherlock Holmes. - Questi due uomini, oltre ad essere falsari,
ricercati per evasione dalle carceri gallesi, e ad aver architettato il piano che vi ho
ora spiegato, per danneggiare il signor Blyton, si sono macchiati del delitto di Joseph
Leech.
- Maledetti! - urlò il signor Blyton, fuori di sé. - Non vi bastava disonorare il mio
nome e rovinare per sempre la mia carriera politica? Assassini!
- Troverete il corpo di Leech, o quello che ne resta, poiché l'omicidio risale a circa
tre mesi fa - avvertì Holmes, rivolgendosi all'ispettore - seppellito nel giardino di una
casa abbandonata al fondo di Stansfield Road, a Brixton.
- Signor Holmes - disse l'ispettore sbalordito - Come l'avete scoperto?
- Nella stanza di Guy - spiegò Holmes - insieme alle due lettere di cui vi ho detto, ne
troverete una terza, che reca la firma di Leech. Naturalmente è falsa, anch'essa opera
del nostro abile artista. Non vi sarà difficile, confrontandola con la scrittura
di Leech, rilevarne la non autenticità, e usarla come prova contro questi due farabutti.
- Vorrei vedere la stanza di Guy - disse l'ispettore, rivolgendosi al signor Blyton.
Dopo aver ispezionato la stanza e prelevato le prove che Holmes aveva indicato,
l'ispettore Connelly, dichiarandosi ansioso di chiudere in cella "i due
gaglioffi", come egli stesso li definì, si congedò augurandoci la buona notte ed
avvertendo il signor Blyton che sarebbe tornato il giorno successivo per il verbale.
Quando fummo soli, il signor Blyton ci guidò nel suo studio dove, dopo essersi
complimentato con Holmes, gli porse un assegno da mille e cinquecento sterline.
- Nessuna somma potrà mai ripagare ciò che avete fatto per me - disse al mio amico con
gratitudine. - Ma vorrei che accettaste ugualmente questo denaro come risarcimento,
almeno, per le spese che avrete sostenuto per portare a termine la vostra inestimabile
opera.
- Vi ringrazio, signor Blyton - disse Sherlock Holmes - Ma non posso accettare. Tuttavia -
aggiunse, - se sentite il bisogno di elargire una ricompensa, mi permetto di suggerirvi
che dovreste offrirla alla persona che ha fornito l'indizio di partenza, attirando così
la mia attenzione su questo caso.
- Ho difficoltà a convincermi che esista qualcuno più meritevole di voi, nell'aver
salvato il mio onore, la mia carriera e, probabilmente la mia stessa vita - osservò il
signor Blyton. - Ma se davvero ritenete che questo gentiluomo lo sia, ebbene, ditemi il
suo nome: sarà mia cura fargli avere questo segno della mia gratitudine.
- Margherita Sevi - disse il mio amico, lanciandomi un'occhiata d'intesa. - E' questo il
suo nome.
- Signor Holmes - domandò il signor Blyton, un po' dubbioso - posso chiedervi in che modo
questa signorina si sia rivelata indispensabile al caso?
- Grazie alla sua intelligenza ed al suo straordinario spirito d'osservazione - rispose
Holmes con fermezza. - E' stata la signorina Sevi, infatti, avendo ricevuto per errore il
pacchetto di tè contenente il sigillo, ed avendo prontamente notato l'anomalia
sull'etichetta, a spingermi ad iniziare l'indagine. Per questo motivo ritengo che la
signorina meriti tutta la vostra gratitudine.
- Bene signor Holmes - disse il signor Blyton: - la signorina Sevi riceverà l'assegno
domattina. Comunque - aggiunse tendendo la mano al mio amico - permettetemi di esprimervi
ancora tutta la mia riconoscenza.
- Complimenti Holmes - dissi al mio compagno mentre tornavamo a Baker Street. - Siete
stato straordinario - lo elogiai.
- Ma c'è qualcosa che ancora vi sfugge, non è così, mio caro dottore?
- Come siete riuscito ad avere il secondo sigillo? - domandai, dimostrando per l'ennesima
volta che il mio amico aveva intuito perfettamente il mio pensiero.
- Questo pomeriggio - iniziò - nei panni del prete irlandese, ho atteso, nei pressi del Golden
Lion, che il garzone portasse il tè a casa di Blyton, come fa ogni mercoledì. Quando
l'ho visto uscire, gli sono andato incontro e, fingendo di aver perso l'equilibrio l'ho
urtato, facendogli cadere il pacchetto. Naturalmente mi sono immediatamente scusato,
offrendomi di raccogliere il pacchetto. Grazie alle ampie maniche dell'abito talare ho
fatto scivolare la confezione che sapevo contenere il sigillo, e l'ho sostituita con
un'altra della stessa miscela.
- Ma non temevate che il garzone si accorgesse che l'etichetta della nuova confezione era
stampata correttamente?
- Ero certo che se ne sarebbe avveduto immediatamente - rispose Holmes. - Ma io, questa
mattina, avevo acquistato una delle confezioni preparate ieri sera, come la signora del
negozio mi aveva assicurato, dal garzone. Quindi ho sostituito l'etichetta con quella che
avevo prelevato nella bottega di Wyvill, identica in tutto, tranne che per le N della
marca. A quel punto, eccetto che per il sigillo, la cui presenza, tuttavia, non si sarebbe
potuta rilevare senza strappare l'etichetta, la mia confezione era uguale a quella che il
garzone doveva consegnare in casa Blyton - concluse sorridendo. - Il resto lo sapete.
- Strabiliante! - commentai, mentre varcavamo finalmente la soglia del nostro
appartamento.
Il mattino successivo, subito dopo colazione, Holmes si concentrò sul suo tavolo da
lavoro, deciso a terminare l'esperimento di chimica interrotto la settimana precedente
dalla visita inaspettata della signorina Sevi. Proprio mentre stava per versare un
intruglio giallastro in una provetta piena a metà di un liquido quasi trasparente, la
signora Hudson entrò nella stanza, per annunciare al mio amico che una persona chiedeva
di vederlo. Holmes posò le provette, emettendo un grugnito di disapprovazione.
- Poiché continuo a disturbarvi durante i vostri esperimenti, finirete per convincervi
che io sia stata assoldata da qualche editore deciso ad impedire che i volumi di chimica
possano essere corretti - disse la signorina Sevi, entrando nella stanza.
Devo ammettere che rividi la signorina con grande piacere, e anche Holmes, penso, poiché,
nonostante fosse stato interrotto, quella mattina si dimostrò particolarmente
accomodante.
- Prego - disse il mio amico, invitando la signorina a sedersi.
- Cercherò di non farvi perdere troppo tempo - lo rassicurò lei. - Innanzi tutto
desideravo congratularmi con voi per il caso, da quanto ho appreso, brillantemente
risolto.
- Il merito è in parte vostro - sorrise il mio amico.
- Oh no, signor Holmes: sono certa che questa vicenda sarebbe giunta ugualmente alla
vostra attenzione, anche senza il mio pacchetto di tè.
- A proposito - intervenne Holmes. - Resta l'episodio dell'intrusione in casa vostra.
Personalmente, ho ritenuto opportuno non parlarne alla polizia, ma se intenderete sporgere
denuncia contro Charles Gower, il garzone del Golden Lion, contate pure sulla mia
testimonianza.
- In fondo non mi è stato rubato nulla - osservò la signorina. - E poi, temo che il
rimedio sarebbe peggiore del male, almeno per quel giovane. Non sporgerò denuncia: mi
fido del vostro giudizio.
- Siete molto comprensiva - commentò il mio amico.
- E voi estremamente generoso - disse la signorina, estraendo dalla borsetta un assegno. -
Mi è arrivato stamattina, insieme ad un biglietto di spiegazione.
- Blyton è stato di parola - osservai.
- Non posso accettare, signor Holmes - disse la signorina, porgendo l'assegno al mio
amico.
- Dovete - replicò Holmes con tono suadente. - Avete svolto un ruolo importante, in
questo caso, ed è giusto che siate ricompensata.
- Ma il caso l'avete risolto voi, grazie alle vostre doti straordinarie - insistette la
signorina, costringendo il mio compagno a schernirsi, benché, come sapevo bene, Holmes
fosse molto sensibile ai complimenti, in particolare a quelli riferiti alla sua
intelligenza.
- Vedete signorina - disse Holmes - per chi ama il proprio lavoro, il lavoro stesso è la
migliore delle ricompense. Giungere alla soluzione di un enigma è, di per sé, totalmente
appagante: non vi è nulla che potrebbe procurarmi una soddisfazione maggiore.
- Bene signor Holmes - concluse la signorina: - vi confesso che neanche per un attimo
avevo pensato che sarei riuscita a convincervi.
- E' stato comunque molto nobile, da parte vostra, avervi tentato - replicò il mio amico.
- Mi pare che di tanto in tanto voi vi serviate, per le vostre indagini, dell'ausilio di
un gruppetto di ragazzi molto giovani - disse la signorina Sevi.
- Gli "Irregolari" - confermai io.
- Ebbene signor Holmes, vi sarei grata se voleste dividere fra loro queste mille e
cinquecento sterline.
- Ma sono dei monelli - cercò di protestare il mio amico.
- E tuttavia voi dimostrate di apprezzarne le doti - osservò la signorina, porgendogli
l'assegno.
- A nome di quei ragazzi - disse allora Holmes - vi ringrazio.
- La vostra nobiltà d'animo - disse la signorina, congedandosi - è pari alla vostra
intelligenza. Ricorderò sempre con infinito piacere di avervi conosciuto.
- Ed io di avere avuto il privilegio di conoscere voi - rispose Holmes.
Incassato l'assegno, Sherlock Holmes divise la somma in parti uguali, e le ripose ciascuna
in una busta. Quindi radunò i "suoi" monelli e consegnò ad ognuno una busta,
spiegando che una persona straordinaria, fu questo il termine che usò, si era privata di
quella somma per farne loro dono. La gioia di quei ragazzi fu qualcosa d'indescrivibile.
Ed ebbi l'impressione che anche Holmes fu sul punto di commuoversi.
- E' stato un bel gesto da parte della signorina Sevi. Non trovate Holmes? - chiesi,
mentre stava tornando alle sue provette.
- Certo, certo. - rispose lui distrattamente. - Ma ora, Watson, vi dispiacerebbe passarmi
il barattolo di zolfo? Ho un esperimento da terminare. |