PRESENTAZIONE DEL VOLUME "UOMINI BLU" DI A. GAUDIO
A CURA DI TRANSAFRICA


I TUAREG A UN BIVIO TRA SVILUPPO E STERMINIO

Due sono i principali motivi che hanno portato "Transafrica" alla scelta di pubblicare un libro di Attilio Gaudio sulla questione tuareg.

Il primo motivo.

Nel momento in cui esce questo libro sono ormai due anni che "Transafrica" si occupa a vario titolo di Sahel e tuareg.
Il libro è un passaggio obbligato di questo percorso e vuole rispondere all'esigenza di informazioni e notizie riscontrata in questo periodo di attività. Perchè ci siamo accorti che, al di là del vago richiamo mitico, pochi in Italia sanno chi sono i tuareg oggi.

In occasione del nostro invito a Firenze di Acherif Ag Mohamed, loro rappresentante, qualche assessore ci ha confidato che non poteva fare nulla per le nostre iniziative a favore dei tuareg "perchè non sono i palestinesi": nella logica politica vigente un intervento per i tuareg, non troppo conosciuti, produce il timore delle obiezioni dell'opposizione.
Qualcun altro invece ci ha velatamente criticati, sostenendo che il nostro interesse fosse subconsciamente innescato da un folkloristico richiamo a immagini pittoresche e avvincenti, spettacolari, un richiamo alimentato proprio dal mito degli eroici cavalieri del deserto, maestosi sui cammelli con la loro figura misteriosamente velata.
C'è poi chi ci ha domandato perchè intervenire su questioni così lontane, quando ci sono così tanti problemi da noi e vicinissimi a noi.

A tutto ciò rispondiamo che la realtà odierna della questione tuareg non ha nulla di mitico ed è a noi molto più vicina di quanto si pensi.
Esiste un filo sottile che lega in modo indissolubile eventi apparentemente estranei l'uno all'altro; un filo che lega il dramma del popolo tuareg, l'inconsistenza delle economie saheliane, i cortei di "naziskin" tedeschi (ed italiani), la grave situazione economica in cui versa oggi l'economia del nostro paese.

L'antico mondo dei tuareg del mito -le carovane, i rezzou, gli schiavi, il Sahara senza frontiere- è già morto da un pezzo: la sua fine è iniziata invisibilmente quando il primo europeo ha messo un piede sulle sabbie del Sahara.
Nessuno di noi peraltro ha in realtà nostalgia per un universo arcaico nato da un'economia basata sulla schiavitù.
Ma noi crediamo che ciò che conta sia il fatto che (al di là del richiamo dettato dall'esigenza di preservare anche nelle forme la propria specificità-identità di popolo difronte al suo stato di minaccia) neanche i tuareg stessi siano in larga misura impegnati nel tentativo di ripristinare quel mondo: i tuareg non sono, non si devono sentire, e non si sentono, minacciati dalla fine del loro mondo tradizionale del passato, perchè questo mondo è già finito, smantellato un pezzo alla volta.

Il problema dei tuareg, all'opposto, sta proprio nel fatto che è proprio il nuovo mondo in cui sono oggi collocati a non garantirne la sopravvivenza e al contrario favorirne lo sterminio culturale e fisico.
Questa minaccia è legata non all'antico modello della loro economia nomade, ma proprio al modello di sviluppo in cui i tuareg si sono ritrovati immersi, naufraghi della loro società tradizionale estinta.

Noi stessi, in quanto cittadini del nostro tempo, non possiamo rimpiangere quel passato, ma dobbiamo preoccuparci del presente, poichè questo modello di sviluppo nasce qui da noi;
è il modello di sviluppo che il Nord del mondo ha esportato su tutto il pianeta;
è il modello di sviluppo che affama una larga fetta di popolazione mondiale, che impedisce l'autosufficienza alimentare in vaste aree, tra cui il Sahel stesso;
è il modello di sviluppo che, nell'Europa centrale, dall'unificazione delle due Germanie produce riduzione di posti di lavoro e conflittualità tra immigrati extracomunitari (ma di recente anche italiani...) e disoccupati ariani;
è il modello di sviluppo che devasta l'ambiente;
è il modello di sviluppo che brucia risorse in produzione di armamenti e che ne necessita poi l'uso;
è il modello di sviluppo che produce con logica distruttiva masse enormi di rifiuti e scorie, che non sa poi smaltire;
è il modello di sviluppo che qui da noi produce licenziamenti, cassa integrazione, crisi.

In quest'ottica un rifugiato tuareg e un operaio in cassa integrazione non appaiono poi realtà così lontane.
Semplicemente sono due vittime periferiche dello stesso modello di sviluppo.

Ma, se sono potuti cadere muri che si credevano secolari, è giunto il momento di iniziare a pensare -o di confermare la convinzione di continuare a pensare- alla possibilità di modi di vita diversi, dove sia ridotto, perchè possibile, il rischio di questo schiacciamento che incombe su ciascuno di noi.
Questa novità non può per noi che nascere da nuovi modelli di solidarietà, solidarietà tra individui, solidarietà tra gruppi sociali di individui, solidarietà tra popoli.

Parlare di tuareg e leggere di tuareg, ascoltare i tuareg e cooperare coi tuareg, diventano così occasioni per ognuno di noi di meditare sul proprio destino.

Il secondo motivo.

Meditare oggi non basta. Questo libro vuole dire che bisogna muoversi, e non solo perchè ciò che l'associazione potrà raccogliere nel corso della sua distribuzione verrà impiegato in iniziative a favore dei tuareg.

La caduta dei muri e con essa il superamento degli schemi di dominazione mondiale che hanno governato tutto il pianeta negli ultimi 45 anni ha liberato forze rimaste localmente soffocate per lungo tempo e che ora, in mancanza di sistemi di contenimento, si manifestano con la produzione di potenti lacerazioni a livello religioso, etnico, ecc.
Infatti, conclusa l'esistenza del precedente sistema di ordine mondiale, coloro che ne sono usciti rafforzati vogliono cercare di sostituire quello schema con un altro, analogo ma più adeguato alla modificata e più vantaggiosa situazione.
Ma, a dispetto di questi, nell'impalcatura del loro progetto sono rimasti ancora aperti interstizi in cui si sono potute così insinuare queste energie ora non più dominate dal sistema precedente, dando luogo a una miriade di conflitti locali, ma non per questo meno destabilizzanti.

Ma se l'instabilità del quadro internazionale ha prodotto così tante occasioni di scontro, questa condizione può al tempo stesso lasciar spazio e consentire l'iniziativa anche di chi, al contrario, si ponga alla ricerca di schemi di relazioni solidali, relazioni negate in passato dalla defunta suddivisione Est-Ovest e per i quali non è previsto posto nè nei macelli etnici in corso nè nell'idea di nuovo governo mondiale scaturita dalla "guerra del Golfo".

Questo tema è d'attualità per chiunque voglia porsi il problema della cooperazione internazionale allo sviluppo, senza ridurlo a peraltro sterili principi caritatevoli o a pretestuose idee tecnicistiche di progresso.

E' necessario sfruttare questi spazi disponibili, rimasti aperti, prima che si richiudano, non sprecando l'occasione che è data per farsi protagonisti della definizione delle nuove forme di solidarietà e cooperazione reciproca tra popoli.
Tutto questo ovviamente non deve (non può) essere pensato ai grandi -stratosferici- livelli delle politiche internazionali, ma calato nella realtà concreta della volontà di operare di ciascuno.

E' significativo in tal senso il fatto che, proprio in questo periodo, rappresentanti del governo del Mozambico e delle forze anti-governative che agiscono in quel paese si siano riuniti a Roma per parlare di pace e firmare un trattato che vuole definire la conclusione del sanguinoso conflitto là in corso da anni.
Quest'episodio ha un particolare valore, che si riallaccia a quanto detto sopra, perchè l'occasione di questo "incontro di pace" non è stata prodotta dalla canonica iniziativa diplomatica degli Stati, ma è frutto dell'opera svolta a questo scopo da parte della "Comunità di S.Egidio".

Dal nostro canto, la nostra associazione ha fatto proprio, rispetto alla questione tuareg, il compito di operare non solo in termini di informazione e divulgazione culturale rivolta genericamente all'opinione pubblica, ma anche di agire in funzione di quegli organismi della cooperazione non governativa operanti nel Sahel, con storie ed esperienze di gran lunga più consolidate delle nostre, con lo scopo esplicito di arrivare a un coordinamento nazionale che faccia interagire i singoli sforzi in un intervento a favore dei tuareg.

La storia italiana della cooperazione non governativa, a nostro giudizio, ha riflesso in qualche modo la situazione più generale in cui era calata producendo schieramenti, e quindi separazione e frammentazione, che forse oggi potrebbero essere rimessi in gioco.
La questione tuareg e, più in generale, saheliana può essere un importante banco di prova in tal senso, per la drammaticità, profondità e generalità dei problemi che attraversa, nonchè per il retroterra di esperienze accumulate in quella regione.

La base di questo discorso è fondata ovviamente sull'ipotesi -forse ottimistica, ma in questo momento in Mali confortata dai fatti- di una soluzione positiva dei conflitti, cioè di una convergenza delle volontà politiche delle parti (governi, tuareg, popolazioni nere) verso la pace.
Se accettata, questa ipotesi investe la cooperazione di un ruolo che può essere importante: quello di dare gambe a questa pace mostrando che la solidarietà tra Nord e Sud, coniugata a quella tra strati distinti di popolazione delle regioni saharo-saheliane, è un valore su cui poter scommettere per il futuro di ognuno di noi.


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