Questo che pubblichiamo è il fondo di Curzio Maltese pubblicato sulla prima pagina de "La Repubblica" all'indomani dei famosi funerali della principessa Diana.
Lo stile di Curzio Maltese è quello suo tipico che lo caratterizza come uno dei più taglienti polemisti sull'attuale scena editoriale.
Al di là dei suoi riferimenti, considerazioni, e commenti più specificamente relativi al noto cantante inglese, pubblichiamo questo articolo perchè ci sembra un modo adeguato per iniziare il dibattito sui limiti di quello che può essere un uso pubblicitario della solidarietà.

 

Dopo "Live Aid", il grande affare di Elton John con la canzone per la morte di Diana.

IL BOOM DEL ROCK DE ESEQUIE

di CURZIO MALTESE

 

Giorni fa alcune agenzie hanno dato la falsa notizia che uno sciacallo aveva rubato dal cadavere di Diana un collier di diamanti, già ritrovato dalla polizia e consegnato al padre di Dodi prima che venisse linciato un paparazzo a caso.
In compenso nessuno si scandalizza per il sapiente sfruttamento della defunta Principessa Triste perpetrato dai sedicenti amici rockettari.
Fra questi, l'abilissimo Elton John, esperto di trash sentimentaloide e ora inventore del primo inno funebre multiuso.

Già responsabile di una lagna dedicata a Marilyn Monroe ("Candle in the wind"), il commosso Elton non ha esitato a riciclare la canzonetta sulla bara della sua "migliore amica" e soprattutto davanti alla più grande audience della storia, con un testo ad hoc riscritto da Bernie Taupin ("Goodbye, England's rose").

Il macabro tempismo dell'operazione è stato premiato oltre ogni speranza.
Dal giorno dopo, il vecchio disco di Elton John è andato a ruba in cinque continenti, dalle favelas brasiliane a Manhattan, regalando miliardi di diritti al cinquantenne folletto e alla sua casa discografica.

Come usa in questi casi, la Polygram ha annunciato che nel prossimo week-end sarà sul mercato con un CD benefico contenente la nuova versione del requiem e altra paccottiglia. Secondo "The Times" la raccolta è destinata a stracciare record di tre milioni e mezzo di copie stabilito nell'84 con l'inno di Natale firmato dalla Band Aid's.
Si spera che una parte del malloppo vada realmente ai poveri protetti dalla santa Windsor, o ai ricchi che gestiscono quei poveri, in modo da emendare tanto cinismo.

Ma sia pure con tutta la comprensione e la simpatia per l'alto livello di consumi imposto a Elton John dalle sue scelte di vita (manutenzione della capigliatura, vestiario, feste di compleanno da due miliardi, ecc.), c'è di che rimanere allibiti.
A meno di non voler registrare come un progresso morale il fatto che la speculazione del rock si sia orientata a lucrare sulla salma di una principessa miliardaria piuttosto che sui soliti bambini africani.
E' passato appena un decennio dall'affare Live Aid e ancora brucia il ricordo di quei poveri scheletri usati per lanciare sul mercato personaggi di dubbio valore artistico come Madonna.

Certo, gli affari sono affari.
E la tele-beneficenza, ricerche di marketing alla mano, si conferma uno dei più potenti strumenti di vendita di quest'epoca di pseudo-sentimenti, utile a piazzare ogni sorta di mercanzie, dai CD agli home videos, dai vestiti alla pasta, passando naturalmente per i televisori.
Sempre con la scusa di destinare una percentuale ai dannati della terra.
Che sarebbe come se i quattro milioni di volontari italiani, oltre a prendersi cura di anziani e malati, cercassero ogni tanto di rifilargli enciclopedie a rate.

Ma a parte l'etica, disturba l'estetica del fenomeno.
Il requiem multiuso rischia di abbassare ulteriormente i gusti del pubblico.
Nell'urgenza della commozione obbligatoria, nessuno bada al livello mediocre della musica e del testo, non a caso estraibile.
E il successo degli show di Elton John ai funerali di Versace e Diana minaccia di dar vita, si fa per dire, a un sinistro filone di rock esequiale, fino a esaurimento del magazzino.

Chissà se Bernard Taupin è già al lavoro per i prossimi show in mondovisione.
In morte di Giovanni Paolo ("Goodbye, Poland's rose") o di Fidel Castro ("Goodbye, Cuba's rose") o magari dello stesso Elton John ("Goodbye, Polygram's gold").


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